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TIPOGRAFIA DEI FF. NISTRI
1875
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In questo fascicolo doveva essere pubblicata una memoria del prof. Richiardi su di alcuui Cetacei, ma per ulteriori studj occorrenti al com- pimento di essa fu mestieri rimandarla al 3.° e ultimo fascicolo di questo primo volume insieme alle tav. IV e V che vi si riferiscono.
ERRATA CORRIGE Pag. SS linca 14-15-16-17 etroit — pourvre étroit — pourvu — rigidos — dirigees — lé- — rigide — dirigees — vre — soudé — mandibules livre — saudé — mundi bules. >» Nota 1.aF.I INI Vedi » » » 4.3 Inseptes Insectes » S9 linca 6 stabuluus stabulans » >» 84 Duyardin Dujardin” » 90 » 4 Pontallie Pontallié » » » 10 Gamassus Gamasus » » 18 Antropodi Artropodi » » 25 micticoracis nycticoracis > >» \» 24 Hyp. garzetee Ilyp. ygarzettae » >» >» ‘29 paritodea parotidea » » » 80 nicticorax nyceticorax » Nota 2.29 5) » 91 linea 3 valve vulve » >» >» 9 Zrochodactylus Tr ichodactylus » » ». 10 Trichodactalus Tricodactylus » » » 19 Donnedieu Donnadieu >» 92 » 4 Galinacei Gallinacei » » » 10 nodolo nodulo » 938 > 80-ritenere, ritenere » 54 » 89 trocautere trocantere DUO O 6 torso tarso 97» 16 Ipodectes Hypodectes » » 20 supportali suppor tali » » >» 833 Tricodactilus Tricodactylus » 99 >» 10 Hpodectes Hvpodectes » » » 91 fossore fessure » » » 40 ciascune ciascuna > 100°» 17 nicticovacis nycticoracis Disdca >» 18 Hyq. Hyp.
PROSIO
La utilità delle scienze naturali è oggi così universalmente riconosciuta, ed il diletto che proviene dallo studio di esse scienze è tanto apprezzato e ricercato, che la comparsa di un nuovo giornale di tal genere non può ad alcuno recare sorpresa. Corre esso invece pericolo di passare inosservato, e venire con molti altri confuso, se chiaramente non annunci la sua origine ed il suo scopo, e se al proposto intendimento non rimanga fe- dele. Sia quì concesso l’ annuncio; i lavori inseriti manterranno la promessa.
Organo di publicità della Società Toscana di Scienze Na- turali, questo giornale, al pari della Società stessa, nasce dal trovarsi quì uniti molti cultori ed amatori di quelle Scienze, i quali, o di alcuna di esse specialmente si occupano, ma sentono in pari tempo il bisogno di stare a giorno dei progressi ancora delle altre tutte; ovvero a nessuna in particolare possono in- teramente dedicarsi, perchè di altri studii o di altre faccende prevalentemente occupati, ma pur bramano quel salutare ali- mento intellettuale e lo cercano eletto, a fonte legittima e sicura. Intendono dunque la nostra Società ed il nostro giornale bat- tere costantemente una via egualmente lontana dalle due opposte e fatali tendenze, che predominano in generale nelle menti e nelle publicazioni dell’ età nostra.
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Sono tante le Scienze naturali, ognuna di esse è così vasta, sono così molteplici, lunghi e difficili gli studii necessari a pro- gredire anche in ciascun singolo ramo di alcuna, che all’uno 0 all’altro di essi è divenuto necessario il limitarsi per qualunque voglia utilmente contribuire ai progressi scientifici. Guai però se quella particolarità rimanga circoscritta e segregata: potrà il dotto speciale giovare coi suoi lavori ad altri, sempre però in- completamente, ma non gli sarà dato fruire di quel vantaggio egli stesso, straniero com’ è ai contemporanei progressi di tutto il mondo scientifico, nel quale non è fatto, teoria od idea che | per mille vincoli non si annodi e fecondi con quanto si conosce e con quel tanto di più che rimane ancora a conoscere.
I libri popolari di scienza si moltiplicano oggidì meraviglio- samente, in ragione del bisogno e del desiderio che ne sono universalmente sentiti, ma raramente e poco rispondono così a quello come a questo: superficiali o troppo compendiosi, non riescono a dare se non quella mezza istruzione ch' è spesso peg- giore della ignoranza; ed accarezzano la immaginazione colla novità e colla sorpresa, oltre ai confini nei quali il diletto in- tellettuale è mezzo all’apprendere.
Non esclusivi nella specialità dei nostri studii, nè paghi della superficialità d’illusoria scienza universale, noi vogliamo giovarci delle facili occasioni di riunione per istruirci a vicenda, profit- tando ciascuno dei serii studii degli altri, sicuri di trovare pia- cevole la istruzione per sè stessa e per la soddisfazione che sempre accompagna l’esercizio delle più nobili facoltà della mente umana. E colla publicazione dei nostri lavori, intendiamo al doppio scopo: di giovare alla scienza e di acquistarle sempre più numerosi cultori ed amatori.
STATUTO
DELLA
SOCIETÀ TOSCANA DELLE SCIENZE NATURALI
Art. 1. È costituita una Società Toscana delle Scienze Naturali con sede nella città di Pisa.
La Società ha per iscopo il promuovere, favorire lo studio delle Scienze Naturali e diffondere con pubblicazioni le produzioni scientifiche dei soci. i
Art. 2. Il numero dei membri della Società è illimitato e sono distinti in Soci Ordinar] ed Onorari].
I Soci Ordinari pagano una tassa annua di lire venti più cin- que di ammissione.
I Soci Onorari sono esenti da qualsiasi tassa.
Art. 3. Possono appartenere alla categoria dei Soci Ordinarj anche persone che non coltivano un ramo speciale delle Scienze Naturali.
Art. 4. I Soci Onorarj sono scelti fra i cultori delle Scienze Na- turali che sono saliti meritamente in alta fama.
Art. 5. Tanto i Soci Ordinarj quanto gli Onorarj devono essere proposti alla Società almeno da tre Soci Ordinarj, sono ammessi nella Società qualora abbiano favorevoli i voti della maggioranza dei Soci presenti all’adunanza nella quale è messa a partito la loro ammissione.
Art. 6. Le cariche della Società sono cinque: un Presidente, un vice-Presidente, un Segretario, un vice-Segretario, un Economo- Cassiere.
Dî
STATUTO
Art. 7. Il Presidente rappresenta la Società, convoca ì Soci in adunanze, le presiede ed è risponsabile della buona direzione della Società.
Il Vice-Presidente supplisce il Presidente quando non possa adempiere le sue funzioni.
Art. 8. Il Segretario coadiuvato dal vice-Segretario redige i processi verbali delle adunanze dei Soci, attende alla stampa degli Atti e tiene la corrispondenza della Società.
Art. 9. L'Economo-Cassiere provvede alla esazione delle quote dovute dai Soci e paga dietro mandati del Presidente le spese sociali.
Art. 10. Le cariche della Società sono conferite a maggioranza di voti per il periodo di due anni e possono essere riconfermate.
Art. 11. L’anno sociale incomincia il primo novembre.
Art. 12. Durante l’anno sociale il Presidente convoca i Soci in cinque adunanze, la seconda domenica di novembre, la seconda domenica di gennaio, la prima di marzo, la prima di maggio, la prima di luglio.
Una delle cinque adunanze potrà essere tenuta fuori di Pisa.
Il Presidente potrà, quando sia necessario, od in seguito a do- manda di cinque Soci, convocare in adunanze straordinarie i mem- bri della Società.
Art. 18. Le pubblicazioni della Società prenderanno il titolo di: ATTI DELLA SOCIETÀ TOSCANA DELLE SCIENZE NATURALI.
Sarà procurata la pubblicazione dei processi verbali delle adu- nanze nei giornali politici.
Art. 14. I lavori da stamparsi negli Atti della Società dovranno essere muniti della firma degli autori e della data della presenta- zione, che sarà accertata dal Presidente e dal Segretario onde as- sicurare agli autori i diritti di precedenza.
Art. 15. Non saranno accettati per la pubblicazione negli Atti i lavori che entrino in polemiche troppo vive o critiche che accen- nino a personalità.
Art. 16. Quando i mezzi della Società lo permettano saranno accettati per la pubblicazione negli Atti anche lavori di persone estranee alla Società, avranno però sempre la precedenza quelli dei Soci.
Art. 17.Ilavori molto dispendiosi non saranno accettati, in sul
STATUTO 3
principio dell’anno sociale, per la pubblicazione negli Atti, quando i mezzi della Società non siano sufficienti ad assicurare la stampa di quelli che potessero essere presentati in seguito.
Art. 18. I Soci Ordinarj ed Onorarj riceveranno in dono cin- quanta copie dei loro lavori pubblicati dalla Società, gli estranei non avranno diritto ad alcuna copia gratuita, potranno però farne stampare a proprie spese qualunque numero ed al prezzo che la presidenza avrà cura di ottenere dal tipografo per i Soci.
Art. 14. Tanto i Soci Ordinarj quanto gli Onorarj hanno di- ritto ad una copia degli Atti della Società.
Art. 20. La presidenza procurerà di ottenere dalle Accademie Società scientifiche, proprietari e redattori di giornali scientifici le loro pubblicazioni in cambio degli Atti della Società.
Art. 21. Tuttii Soci hanno il diritto di consultare le opere che perverranno alla Società, a tale effetto dovranno farne richiesta al Segretario e quelli che abitano fuori di Pisa anticipare le spese di spedizione; qualora l’opera richiesta fosse stata ritirata da un altro Socio questi dovrà restituirla dentro il termine di quindici giorni.
Le opere non potranno essere ritirate che quindici giorni dopo che saranno pervenute alla Società.
Art. 22. Il patrimonio sociale si compone delle quote annue dei Soci, delle tasse di ammissione, delle copie non distribuite degli Atti, dei proventi della vendita delle medesime, delle pubblicazioni di qualunque natura pervenute alla Società e di qualsiasi altro provento eventuale.
Art. 23. Il Segretario è depositario risponsabile tanto delle copie degli Atti quanto di tutte le pubblicazioni che perverranno alla Società, ne dovrà tenere regolare registro ed informare la Società nelle adunanze ordinarie e delle copie distribuite e dei cambi ricevuti.
Art. 24. I Soci sono tenuti a pagare entro il primo bimestre dell’anno sociale le respettive quote nelle mani dell’ Economo- Cassiere.
Onde facilitare l’esazione i Soci che nel terzo mese dell’ anno sociale non avranno fatto pervenire le loro quote all’ Economo- Cassiere lo autorizzano ad emettere a loro carico una tratta pa- gabile a presentazione.
4 STATUTO
Art. 25. Nella seconda adunanza ordinaria di ciascun anno sociale il Presidente farà il rendiconto economico-morale della Società.
Art. 26. Ogni Socio si obbliga di far parte della Società per il periodo di due anni.
Art. 27. Quei Soci che al termine del biennio non vogliono più appartenere alla Società dovranno far pervenire tre mesi prima della scadenza la loro rinunzia alla Presidenza.
Art. 28. Nel caso di scioglimento della Società il patrimonio sociale verrà diviso fra i Soci Ordmar] che la costituiranno al- l’epoca dello scioglimento.
Art. 29. A meglio ottenere il suo scopo la Società si propone di trattare colle altre Società italiane congeneri un’ associazione generale, ed introdurrà nel presente statuto quelle disposizioni che più facilmente la condurranno a raggiungerlo, nessuna modi- ficazione potrà esservi introdotta prima di un anno di prova, e nel caso, dovrà sempre ottenere l'approvazione dei Soci in una delle adunanze ordinarie ed essere notificata a tuttii membri della Società.
Il Presidente G. MENEGHINI.
Il Segretario A. D'AcHIARDI.
SOCIETÀ TOSCANA
DELLE
SCIENZE NATURALI
I". Signore.
Nell’adunanza del 12 corrente ebbe luogo la discussione dei singoli articoli dello Statuto proposto dalla Commissione che nella precedente adunanza del 8 Marzo p. p. ne aveva ricevuto l’incarico, furono in essa discussione maturamente svolti tutti gli argomenti che potessero in avve- nire indurre a circoscrivere il campo d’azione della Società più partico- lareggiatamerte di quello che risulta accennato dall'attuale suo titolo generico ovvero a collegarla in più o meno diretto ed intimo consorzio colle Società sorelle, e modificati alcuni degli articoli nel senso di questa futura eventualità, essi furono uno ad uno, e poi complessivamente approvati.
Ed avendo esplicitamente convenuto tutti i Soci presenti di assumere gli obblighi e conseguire i diritti in esso Statuto espressi, la Società si dichiarò costituita. i
Deliberò in pari tempo di comunicare l’accettato Statuto agli altri Soci per ottenerne l'adesione, invitandoli anche a procurare altre accettazioni.
Dalla votazione infine eseguita per mezzo di schede risultò costituito il seggio: Presidente Prof. G. MENEGHINI. Vice-Presidente Prof. S. RicHzrARDI. Segretario Prof. A. D' AcHiaRDI. Vice-Segretario C. J. Forswra Mayor M. D. Economo-Uassiere R. Lawury.
Pisa 21 Aprile 1874. Il Presidente
Prof. G. MENEGHINI.
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C. I. FORSYTII MAIOR. M. D.
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Considerazioni sulla Fauna dei Mammiferi pliocenici e post-pliocenici della Toscana.
I. La Fauna dei Mammiferi del Val d'Arno superiore.
» Il Museo granducale di Firenze possiede una collezione di Mammiferi fossili dei depositi pliocenici della Val d’ Arno, che non ha pari in Europa sia pella loro abbondanza, sia pella loro perfetta conservazione. Altrove ai paleontologi si presenta il cam- mino irto di difficoltà a cagione della poca evidenza di mutilati campioni; quivi i resti fossili delle medesime forme si presentano interi. Una buona monografia, convenientemente illustrata, sui mammiferi fossili della Val d’Arno, rifletterebbe sulla corona Italica una luce sì splendida come quella dei capi d’opera della Tribuna o delle Gallerie del Palazzo Pitti. Il patrocinio della Corte è stato speso per secoli ne’ modelli di cera del Museo, ma non nei magnifici resti fossili che sono lasciati in un canto sotto il medesimo tetto. Eccetto poche e disadatte memorie del Nesti, nulla di condegno al soggetto 'è stato pubblicato in Italia sopra le collezioni toscane durante l’ultimo mezzo secolo; e non posso trascurare di notare che il progresso dello studio delle faune estinte de’ terreni terziari superiori d’ Europa è stato ritardato in conseguenza di ciò di un mezzo secolo. Se queste collezioni fossero state raccolte altrove, in Siberia o nella parte setten- trionale della Vallata del Pò, i resultati generali sarebbero comu- nemente noti da lungo tempo. Fino adesso, un viaggio a Firenze è l’unico mezzo di acquistarne cognizione ,.
lo) C. I. MAYOR
Queste parole scritte dal Falconer 17 anni fa ('), sono pur troppo giustificate in gran parte anche oggidì. Bisogna però ag- giungere che ciò che di positivo oggidi sappiamo intorno alla Fauna mammalogica in questione, lo dobbiamo quasi esclusiva- mente al sullodato distinto Paleontologo, che intraprese parecchi viaggi in Italia per studiare i tipi principali tanto quanto lo permettevano i suoi soggiorni brevissimi. Saranno sopratutto in grado di apprezzare questi studj del Falconer coloro che sonosi trovati in simili condizioni poco favorevoli per uno studio ac- curato.
Le lodi che egli tributa al buono stato di conservazione dei fossili del Val d'Arno sono dovute in gran parte agli oggetti sca- vati da Giov. Batt. Pieralli, un contadino dei dintorni di Figline, menzionato da Nesti, Cuvier, e Blainville, che scavò con gran cura 1 pezzi fossili e restaurò con molta abilità le parti rotte.
Disgraziatamente finora non sono mai state intraprese esca- vazioni in grande dirette da persone pratiche. Oggidì i musei si arricchiscono coi pezzi trovati o per caso, o anche ricercati appo- sitamente dai contadini e scavati con più o meno cura. Per conse- guenza è ovvio che anche oggidì è spesso difficile di conoscere in modo preciso le località in cui giacciono i fossili; e naturalmente più difficile il rintracciare le località e giacimenti dei fossili da molto tempo esistenti nei Musei. Lo scopo della presente comu- nicazione è di fare conoscere ciò che di certo sappiamo interno al giacimento di molti fossili, di dedurne la età relativa, di stabilire i limiti fra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo.
Riassumendo gli scritti degli autori che si sono occupati della Fauna del Val d'Arno, conviene mettere in capo il nome di Gio- vanni Targioni Tozzetti.
Ai tempi del Targioni l'opinione generale, rappresentata an- che prima, da Andrea Cesalpino, Niccolò Stenone, Boccone ed altri, era, che le grandi ossa trovate nel Val d'Arno provenivano dagli Elefanti che Annibale aveva portati seco dall'Africa. G. Targioni ha pel primo combattuto quest’opinione. Così si esprime intorno all'argomento: , — perciò questa opinione è tanto accettata ed universale a giorni nostri presso chiunque ha notizia del Valdarno
(1) H. Falconer. «On the species of Mastodon and Elephant occurring in the fossil state in Great Britain ». Quart. Journ, Geol. Soc. for 1857 vol. XIV. Abstract. ib. August 1865, p. 292. Nota. :
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 9
di sopra, e di questi ossi, che sembra follia di dubitarne. — Io però non solo dubito, ma non credo punto punto che questi sieno stati Elefanti condotti da Annibale, ma gli credo d'altra origine e più antichi per molti secoli (') ,,.
E questo suo modo di vedere lo appoggia con ragioni storiche, statigrafiche, e zoologiche. — Dimostra che gli avanzi elefantini non possono provenire dall’ Elefante affricano molto più piccolo, e gli ascrive perciò a quello indiano; perchè in questi tempi ante- riori al Cuvier l’idea di specie estinte non si era ancora fatta strada. Ciò non di meno in un altro volume della stessa opera si trova il passaggio seguente che merita di esser ricordato: — , Per altro, non è paradosso che si possano trovare sopra terra ossa di animali di razze forse in oggi spente (v. T. VIII, p. 390) o che non vivono se non in climi differentissimi dai nostri ,, (?).
Oltre gli Elefanti, dei quali descrive in parte gli avanzi e gli confronta collo scheletro di Elefante del Museo zoologico di Fi- renze (3) il Targioni fa menzione nella Val d'Arno di mascelle, mandibole e denti di cane o lupo, altre, come di pecora 0 capra; altre di cervo e sopratutto molte corna di cervo; avanzi di un bue, , che mi vien giudicato di Bufalo, ma non mi so indurre a crederla tale ,. Menziona inoltre molari di cavallo; e pare che abbia avuto anche in mano denti di rinoceronte, che però non ha riconosciuto come tali. Finalmente sembra che gli fossero stati davanti avanzi di mastodonte (5).
Nel 1808 Fippo Nesti cominciò le sue monografie sui Mam- miferi del Val d'Arno. In questa prima pubblicazione (°) l’autore ammette nel Val d'Arno tre specie di Elefanti: 1’ Elephas primi genius che sarebbe secondo lui il più comune, e due altre specie proprie al Val d'Arno che descrive senza dar loro dei nomi speci- fici: la prima delle quali basata sopra una mandibola senza denti, la quale, facendo astrazione dalle dimensioni molto minori, trova rassomigliante al , gran Mastodonte, , ma oltreciò anche partico-
(4) Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osser- vare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa. T. VII p. 405, 406, 1775.
(Ole Rirenze CRIARI:
(3) 1. c. T. V. 1773, pag. 265 e segg. T. VIII, pag. 391 e segg.
(4) Le. T. VII pag. 385-391.
(5) Di alcune ossa fossili di Mammiferi che s’ incontrano nel Val d'Arno (An- nali del Museo Imp. di Fisica e Storia naturale di Firenze, per il 1808; tomo primo Firenze 1808.
10 C. I. MAYOR
larmente alle due specie viventi di Elefanti ('). Alla terza specie » Elefante piccolo a lunghi alveoli delle zanne, a denti con romboidi molto acute , assegna la grandezza di un bove (?). Falconer pare non avesse conosciuto nell'originale questo scritto di Nesti, perchè gli attribuisce l'avere in esso introdotto le due specie E. meridio- nalis ed E. minutus. Nello stesso lavoro di Nesti (8) sono enume- rati inoltre i seguenti Mammiferi come provenienti dal Val d'Arno: Physeter ; due grandi specie di Mastodon; Hippopotunus, Rhinoce- ros; Palacotherium magnum (che dice di esser frequente); Pa- lacotherium medium; dae specie differenti di Bove molto grande; Alce gigantesco; Ruminanti della grandezza delle Capre; forse un gran Tapiro. Di carnivori: un Canis molto affine al C. vulpes; frammenti di mascelle di un Ye/is che si avvicina alla tigre; final- mente denti che hanno analogia con quelli della Muffetta, ma tre volte maggiore delle viventi.
In una seconda pubblicazione del 1811 (4) Nesti conferma la presenza nel Val d'Arno di tre E/efanti; dà in seguito la descrizione di un certo numero di avanzi di finoceronte mancanti del cranio, coll’idea preconcetta che non vi sia che una sola specie fossile, il Eh. tichorlinus, alla quale per conseguenza attribuisce questi avanzi, quantunque non gli fossero sfuggite le differenze fra di essi e quei del £/. tichorkinus descritti da Hollmann. Confessa che questa circostanza e l’altra che gli avanzi del Val d'Arno non sono per lui che poco differenti dalla specie vivente (R. unicorne ), l'avrebbero fatto dubitare, senza i lavori del Cuvier sulle differenze nei cranii dei Rinoceronti viventi e fossili, che neanche il Rinoce- ronte fossile sia una specie distinta. — In fine di questo lavoro il Nesti menziona degli avanzi di Ippopotamo, che è disposto ad attribuire a due specie: un pezzo di mascella è distinto espressa- mente dagli altri colla designazione , specie piccola d’ Ippopotamo ,.
La terza memoria è del 1820 (?); in essa l’autore giunge a questa conclusione che l’Ippopotamo del Val d'Arno differisce
(een paA2o (Ae 13: (£), dEtespr do:
(4) Sopra alcune ossa fossili di Rinoceronte: Lettera del Prof. Filippo Nesti al sig. Dott. Gaetano Savi, Professore di Botanica nello studio di Pisa. Firenze, Guglielmo Piatti, 1814.
(®) Descrizione osteologica dell’ Ippopotamo maggiore fossile dei Terreni mobili del Val d’Arno superiore in Toscana, del Prof. Filippo Nesti (Memorie di Matema- tica e di Fisica della Soc. Ital. delle Scienze residente in Modena. T. XVIII. Parte contenente le Mem. di Fisica). Modena 1820.
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 11
pochissimo per la statura dalla specie vivente, , nonostante però le di lui principali ossa mostrano certe differenze, le quali sebbene non molto considerevoli, siccome si riscontrano nei diversi indivi- dui di varie età, non possono riguardarsi come accidentali ,.
Le specie del Val d’Arno distinte da G. Cuvier (') sono le seguenti: Elephas primigenius Blum; Mastodon angustidens Cwv.; Hippopotamus major Cuv.; Rhinoceros leptorhinus Cuv.; Equus sp.; Lophiodon? (Tapirus?); Cervus; Bos Bison (, Aurochs,); Ursus etruscus (più tardi da lui chiamato U. cultridens); Canis; Hyaena; Hystrix.
Elephas primigenius Blum. — Cuvier non ammetteva che una sola specie fossile di Elefanti (*). La seconda specie del Nesti di- chiarò appartenere al Mastodon angustidens (*). Falconer che ebbe l'occasione nel 1859 di esaminare la mandibola in questione pensa anch'egli che spetti al Genere Mastodoa (*. La terza, piccola specie del Nesti, è secondo Cuvier, che attribuiva poco valore alla forma delle lamelle di smalto per la distinzione delle specie, l’ £. primigenius. , Ainsi l’on ne peut pas considérer la minceur des lames comme un caractère de l’éléphant fossile aussi général que la largeur de ses dents, et que les formes de ses machoires et de son cràne. Cependant la largeur seule de ses machelières suffit pour les reconnaître, parce qu’ elle est beaucoup plus con- stante , (9).
Hippopotamus major Cuv.— Indipendentemente da Nesti (°), il Cuvier giungeva alla conclusione che gli avanzi fossili d’Ippopo- tamo che chiamò , grand Hippopotame fossile , fossero differenti dai viventi. L’esame è basato quasi unicamente sui fossili del Val d’Arno (7). Il Cuvier parte dall'opinione già preconcetta che anche tutti i resti d’Ippopotamo di altre località, pur che abbiano le stesse dimensioni della specie del Val d'Arno, siano identici con essa; modo di vedere che fino a questo giorno non è stato com- provato dai fatti.
Rhinoceros leptorhinus Cuv. (È). Un certo numero di avanzi di
(4) Recherches sur les Ossements fossiles. 2.° edition. 1821-1824.
OST p ad 9 2008 (&) BY pi2648
(4) Palaeontological Memoirs and Notes: 1868. II. p. 105 e nota 1.
(elicap160:
(6) Ciò risulta dalla nota alla p. 380 del Vol. III: Additions aux trois pre- miers volumes. (7) 1. c. Vol. I, p. 314.
(8) Vol. II, I partie, p. 51.
(2, C. 1. MAYOR
Rinoceronte del Val d’Arno, e forse tutti, spettano secondo Cuvier ad una specie distinta dal £%. tichorltinus che descrive poi come Eh. leptorhinus e della quale il tipo è il cranio di Cortesi nel Museo di Milano. Come resulta dal seguente brano Cuvier ammette la presenza del E%. leptorhinus nel Val d'Arno in gran parte sulla prova negativa della loro differenza col R%. tichorhinus: , Quoique les dents de la màchoire inférieure du Rhinoceros de M. Cortesi solent très incompletes, cependant la forme de sa symphyse rentre entitrement dans celle des machoires de Toscane, ce qui me fait penser que celles ci appartiennent è la mème espèce, c'est à dire è celle dont les narines ne sont pas cloisonnées, et j’ étends cette conclusion è la plupart des autres os de Toscane, d’autant qu'ils se distinguent assez, come on va le voir, de ceux de l’espèce cloisonnée qu’ il a été possible de leur comparer , (1).
Equus. — Cuvier conosceva l’esistenza di un Cavallo nel Val d'Arno per disegni che gli furono mandati da Fabbroni, Direttore del Gabinetto di fisica a Firenze (®). Dopo di aver passato in ri- vista tutti gli avanzi fossili del genere che erano venuti a sua co- gnizione, conclude così: , On peut donc assurer qu’ une espèce du genre du cheval servait de compagnon fidèle aux éléephants et aux autres animaux de la mème époque dont les débris remplissent nos grandes couches meubles; que cette espèce ne différait pas beaucoup pour la taille de nos chevaux domestiques de grandeur moyenne; que ses os des membres n° offraient point de differences sensibles; mais on doit remarquer en mèéme temps que les rapports ne suffisent point pour faire affirmer que cette espèce fùt l’une de celles qui vivent aujourd' hui plutòt qu’ un des animaux dont la race a été détruite par les révolutions du globe ,.
Lophiodon? — Nel capitolo che tratta dei Lophiodon, o come li chiamava: , Animaux fossiles voisins des Tapirs,, Cuvier fa menzione con molto dubbio ed unicamente, come dice, ,, per pren- der nota delle minime vestigie che possono indicare delle specie fossile ,, di un bacino che comprò nel Val d’Arno da contadini. Lo dice differente molto di quelli di Equus, Bos, Camelus e di altri animali coi quali ha rapporto di dimensioni, non rassomiglia ,, que médiocrement ,, a quello del tapiro, quantunque ne differisca meno di qualunque altro; l’animale in grandezza doveva sorpassare di molto il Tapirus indicus, ed essere poco inferiore ad un bove (°).
(AA icepe 2873: (E) RLCD AE (3) Vol IT. I.ep 220.
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Il Cuvier rammenta il genere Cervus solamente per le corna esistenti nella collezione di Targioni Tozzetti a Firenze (().
A proposito degli avanzi fossili del genere Bos sappiamo che Nesti distingue benissimo il giacimento dei grandi crani di Bison e di Bos primigemius, esistenti nel Museo di Firenze e provenienti dalla Val di Chiana, da quello dei fossili del Val d'Arno (°), quan- tunque sia erronea l’asserzione che in questi strati della Val di Chiana non si riscontrino avanzi di Elefanti. — Una estremità posteriore portata a Parigi da Brongniart (*) fa supporre a Cuvier che il Bisonte faccia parte anche della fauna del Val d'Arno (4).
Ursus. — Avanzi di Orso nelle collezioni di Targioni Tozzetti e di Tartini a Firenze, studiati da Cuvier, gli fanno ammettere che l’Orso del Val d’Arno () sia specificamente distinto dall’ Orso delle caverne, mentre che si avvicina più all’Orso bruno vivente;
lo chiama provvisoriamente Ursus etruscus (5), il quale nome nelle _ » Additions , (7) viene cambiato in U. cultridens, perchè Cuvier attribuiva alla stessa specie di Orso i canmi compressi e curvati di Machairodus che fin da quest'epoca erano stati trovati isolati tanto nel Val d’Arno come in Germania. Così si esprime: — , On vient de leur trouver (sc. aux ours du val d'Arno) un caractère plus marqué dans leurs canines comprimées au point qu'.un de leurs diamètres ne fait pas le tiers de l’autre. En outre le bord concave de ces canines est tranchant. Notre Muséum possède une portion de ces dents, et le modèle peint d'une entière qui est au cabinet de Florence... Je trouve parmi les dessins fossiles du cabinet de Darmstadt celui d’une canine comprimée qui me paraît ressembler de tout point è celles de Toscane; c'est ce qui me dé- termine a changer le nom d’etruscus, que j'avais donné è cet ours, en celui de cultridens ,,.
Croizet et Jobert aggiungono con molta ragione a questo bra- no: , Il est à remarquer que d’après cet article, on ne peut pas juger des motifs qui ont fait attribuer ces canines è des ours plutòt quà d'autres carnassiers, aux felis par exemple , (9). Non-
(4) Vol, IV. 1823. p. 101.
(2) IL c. p. 142, 143. (©MERZLOt (4) I. c. p. 165.
(>) T. IV. p. 378: « des màchoires d’ours...... qui ont été déterrés dans le Val d’Arno avec des os d’éléphants et d’hippopotames » .
(5) 1. e. p. 378-380. (1.2. p. b16-017.
(5) Croizet et Jobert, Recherches sur les ossements fossiles du Département du Puy-de-Dòme. Paris, 1828, pag. 191.
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ostante, l'autorità del Cuvier determinò gli autori citati a desi-' gnare i canini di Macharodus dell’ Alvernia, trovati anch’ essi isolati, col nome: Ursus cultridens issiodorensis e U. cultridens arvernensis.
Il genere Hyaena è menzionato da Cuvier nel Val d'Arno die- tro l'autorità del Pentland (').
Al Canis lupus trovato in caverne Cuvier attribuisce gli avanzi di Cane del Val d'Arno, basandosi sopra una mascella mutilata. nel gabinetto del granduca e un frammento di un altra nella col- lezione di Targioni Tozzetti (°). —
Dietro una comunicazione del Pentland, il Buckland nel 1823 diede la seguente lista di Mammiferi del Val d’Arno superiore. Dopo aver detto con assai esagerazione che negli ultimi dieci anni parti di scheletri di almeno cento ‘ppopotami sono stati scoperti e trasportati nel Museo di Firenze, aggiunge che con essi vengono trovati avanzi di rinoceronte ed elefante, di cavalli, bovi, parecchie specie di cervo, Jena, orso, tigre, volpe, lupo, mastodonte, cinghiale, tapiro e castoro (*). —
Nel 1824 il Cuvier ricorda un molare completamente simile a quello di un grosso istrice, raccolto dal Pentland presso San Gio- vanni nel Val d'Arno superiore, , dans les mèmes couches sa- bleuses qui recèlent tant d’ossements de grands quadrupèdes , (*). Anche il Gaudry, che ha visto il dente, in questione, è d’avviso che si tratti del genere Mystrix (3). |
Nel 1825 il Nesti torna di nuovo a parlare dell’ Elefante del Val d'Arno (5), del quale mantiene la differenza coll’E. primigenius contro il Cuvier (7) e propone il nome di Elephas meridionalis (8).
1
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(8) Rev. William Bucklanl. Reliquiae Diluvianae; or, Observations on the organic Remains contained in Caves, Fissures and Diluvial Gravel, and on other Geological Phenomena, attesting the action of an universal Deluge. London 1823, pag. 181.
(3) l'Fcoe V 2: partie, 1824 (p518:
(°) Animaux fossiles et Géologie de l’Attique. Paris 1862, pag. 126.
(5) Lettere sopra alcune ossa fossili del Val d’Arno non per anco descritte. Sulla nuova specie di Elefante fossile del Val d’Arno (Nuovo Giornale dei Letterati. Pisa 1825, pag. 195-216.
(?) Vedi anche intorno a questo argomento: Falconer, Pal. Memoirs and No- tes II, p. 104 e seg.
(3) I. c. pag. 19.
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) ) )
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Nel distinguere questa sua specie il Nesti attribuisce poca impor- tanza alla conformazione dei molari, dicendo che , fra le differenze che nei diversi molari s'incontrano, nessuna pertanto merita di esser riguardata come atta a fornire un qualche dato per molti- plicare le specie di questi animali — sebbene non tutti i denti sieno fra loro simili al tutto, ma alcuni abbiano le lamine molto grosse, altri le abbiano sottili, in certi sì trovino appena sporgenti sopra la sostanza corticale, mentre in altri esse si elevano e vi formano dei grossi e rilevati orli; le quali differenze unicamente dalla età provengono, come dalla vecchiezza del dente medesimo: poichè negli individui più adulti le lamine sono più grosse che in quelli dei giovani, e nei denti vecchi degli individui più vecchi le lamine per essere più dure del resto, vengono per l’atto della triturazione a restar sollevate sopra la sostanza corticale, che è più tenera e che perciò più presto sì consuma e si deprime ,.
L’attribuire poca importanza alla forma dei molari così essen- ziale nelle differenti specie di Elefanti sì spiega forse col fatto che fra i denti che erano a disposizione del Nesti, se ne trovarono anche dell’. primigenius, poco raro nei dintorni di Arezzo. For- s' anche non fa che seguire in ciò il Cuvier.
Nell’enumerazione degli altri Mammiferi componenti la Fauna del Val d’Arno non si fa più menzione di Palaeotherium, nè di Physeter, nè di Tapirus; si ricordano: Elephas, Mastodon, due RWi- noceros, Hippopotamus, Equus, due e forse tre grandi specie del ge- nere Bos, varie specie di Cervus, fra i quali parecchi assai grandi.
Nell'anno susseguente (1826) vedevano la luce le due ultime pubblicazioni paleontologiche del Nesti. In quella che tratta degli avanzi di Mastodonte, che il Nesti come Cuvier attribuisce al M. angustidens, l’Autore è d’avviso che possibilmente il Mastodonte non abbia coesistito cogli Elefanti, quantunque gli manchino i dati per provarlo: , Non è stato tenuto conto, a mia notizia, donde i pochi denti di Mastodonte che sono stati scavati nel Val d’ Arno sieno stati tratti, nè a quale altezza del suolo: forse questi animali vissero. mescolati, e come in armento con gli Elefanti, o piuttosto abitarono qualche cantone particolare: forse queste due grandi specie vissero in epoche successive, del che in vero non v'è prova diretta alcuna; ma qualunque si fossero le condizioni che accom- pagnarono l’esistenza di questo antico colosso, soprattutto rela- tivamente alle altre specie, unicamente dall'esame locale della
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posizione delle diverse ossa di esso potranno dedursi, all’avvertenza delle quali io invito gli amatori dell’antica osteologia .... , (!).
Questa raccomandazione fatta quasi 50 anni fà è da ripetersi pur troppo anche oggidì. È importante tener in mente che gli avanzi di Mastodonte descritti dal Nesti provenivano da una emi- nenza situata , appunto di faccia al Monte Carlo , presso San Giovanni, dunque sulla riva sinistra dell'Arno, mentre che la maggior parte degli altri Mammiferi si rinvengono sulla riva destra nelle colline dei dintorni di Figline e di Terranuova.
Nella sesta ed ultima pubblicazione paleontologica del Nesti (?) si trova descritto il da lui così chiamato Ursus Drepanodon. Per rispetto pella memoria del Nesti sì continuano a indicare oggidì nel museo di Firenze ed in pubblicazioni di autori italiani, col nome generico di Drepanodon gli avanzi di Machairodus; ciò che non può essere giustificato per due ragioni: in primo luogo perchè il Nesti usa espressamente (°) Drepanodon come nome di specie, come parla anche a più riprese dell'Orso « canini falcati. Inoltre con questo nome designò e descrisse un cranio del genere Ursus, attribuendo alla stessa specie di Ursus un canino di Muchairodus trovato isolato già dal 1812 (4). — Nesti poteva tanto meno ret- tificare l'errore di Cuvier, perchè appunto in quel cranio di Ursus da lui descritto e figurato e che tuttora si trova nel Museo di Fi- renze, 1 canini superiori hanno subìto uno schiacciamento e per questa ragione vi è una qualche lontana rassomiglianza coi canini del genere Machairodus; Nesti li chiama alla pag. 8, a lamina curva 0 falcati ,. Del resto mi pare possibile che quando il Cuvier scrisse le , Additions ,, ai tre primi volumi dei suoi , Ossements fossiles ,, ebbe cognizione di questo cranio trovato nel 1823 e che ad esso appunto si riferiscono le sue parole già una volta citate: » On vient de trouver aux ours du Val d'Arno un caractère plus marqué dans leurs canines comprimées.... ,.
Il Nesti da inoltre (*) la descrizione di un cranio di Felis, diffe- rente dalla /elîs spelaea, , della statura, per quanto pare, del l’Iaguar ,; lo chiama Felis antiqua, senza però che sembri che con
(') Lettera seconda del sig. Prof. Filippo Nesti. Dell’ Osteologia del Mastoonte a denti stretti al sig. Prof. Luigi Canali di Perugia. Pisa, Seb. Nistri. 1826; p. 6.
(*?) Lettera terza del sig. Prof. Filippo Nesti di alcune ossa fossili non peranco descritte al sig. Prof. Paolo Savi. Pisa, Seb. Nistri, 1826.
(E) 'cpaot (RIC EPETO: (Allie po dt
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questo nome abbia l’intenzione di voler accennare la identità specifica cogli avanzi di Felis della caverna di Gaylenreuth e di una breccia ossifera di Nizza dal Cuvier chiamati /. antiqua nel- l’anno precedente la pubblicazione di Nesti.
Il genere Hyaena vien menzionato incidentalmente dietro una mandibola completa (!). —
I seguenti nomi: Bos bombifrons, Cervus dicramius, Cervus cte- noides, sono stati attribuiti dal Nesti a tre specie del Val d’Arno, delle quali si conservano i crani nel Museo di Firenze. —
I fin qui citati autori studiarono i fossili del Val d'Arno con l'opinione che appartenessero alla stessa epoca di quelli trovati nel Diluvium, dunque all’epoca che oggidì si suole indicare come post-pliocenica 0 con una espressione meno felice come quaternaria.
A questa idea preconcetta si deve attribuire la tendenza in essi ad ammettere specie comuni al Diluvium ed al Val d'Arno mentre che tutte le specie del Val d'Arno delle quali eransi trovati avanzi più completi, erano stati riconosciuti sia da Cuvier, sia dal Nesti, come differenti da quelle post-plioceniche.
Paolo Savi basandosi su considerazioni geologiche, così si espri- me nel 1837: , Riguardando in tale aspetto i terreni recenti della Toscana, il Terreno ossifero del Val d'Arno superiore da vari geo- logi considerato come appartenente al Di/uvium, convien conside- rarlo come formatosi nell'epoca medesima de’ terreni costituenti le colline del Val d'Arno inferiore, le Pisane, le Volterrane, le Se- nesi, vale a dire nell’epoca di tutti i nostri terreni subappenninici.
Altra differenza adunque non esisterebbe fra queste due qualità di terreni, se non che i primi sarebbero stati il prodotto delle de- posizioni di grandi laghi o ristagni di fiumi, e le seconde il resul- tato delle deposizioni di quel mare, ove sboccavano i fiumi prove- nienti dal terreno emerso sul quale quelli stessi laghi si trovava- no , (2). Contemporaneamente il Savi emetteva l'idea che gli avanzi di Mammiferi delle breccie e caverne ossifere della Toscana spettassero alla stessa epoca dei fossili del Val d'Arno superiore; anche in questo basandosi sopra argomenti di ordine geologico,
(@MSep.12.
(2) Seconda Memoria Geologica del Prof. Paolo Savi. De' vari sollevamenti ed abbassamenti che han dato alla Toscana la sua attuale configurazione. Nuovo Giornale de’ Letterati. Tomo XXXV, Scienze. Pisa 1837, p. 215. Nota.
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mentre lo studio del fossili avrebbe condotto a conclusioni diffe- renti. Così anche in una pubblicazione posteriore l’enumerazione dataci dei Mammiferi del pliocene toscano comprende generi spet- tanti a queste due serie di località, di ordine e di epoca ben di- versa ('). Vedremo nel seguito che in pubblicazioni più recenti le due faune furono poi benissimo distinti dal Savi. —
Nella sua Ostéographie, pubblicata dal 1841 in poi, il Blainville ha dedicato una parte larga anche alla fauna mammalogica del Val d'Arno, che gli era conosciuta per i fossili giunti a varie epoche nelle collezioni di Parigi, nonchè dagli studi suoi nei Musei «di Firenze e di Montevarchi. — Nella descrizione del genere Canis (p. 149) egli dice: , Les os de Canis se trouvent..... dans le val d'Arno avec des ossements d’Ours, de grands Felis, d’Hyène, de Castor, de Porc-épic, d’ Eléphant, de Mastodonte, de Rhnocéros, de Cheval, d' Hippopotame, de Cerfs, de Boeuf, d'Oiseaux, de Tortue, de Poissons, de Crustacées, de Coquilles d° eau douce ,. — Un poco differente è l’enumerazione dei Mammiferi che è data in un’ altro fascicolo: ,... La première vallée un peu considérable est celle de l'Arno; c'est aussi dans les énormes alluvions qui s° y remar- quent, et surtout dans ses parties supérieures que l’on a ren- contré le plus grand nombre d’ossements fossiles d’ Eléphants . .. et cela avec des os d'ippopotame en plus grande abondance en- core, de &£/Wnocéros, de Cheval, de Tapir, de Cerf, de Boeuf, de Ca- stor, de presque tous les genres de Carnassiers, Hyène, Loup, kai Panthère, Ours , (3).
Dalle singole monografie ho compilato le seguenti specie spettanti secondo Blainville, alla fauna del Val d'Arno:
Ursus etruscus. Canis vulpes Felis spelaca. Hyaena arvernensis Felis pardus. Elephas primigenius.
Felis cultridens. Elephas (Mastodon) angustidens. Felis megantereon. —Elephas (Mastodon) tapiroides.
Felis Lyna. Rhinoceros leptorlhinus Cuv. Canis lupus. Hippopotamus amphibius. Canis aureus. Anthracotherium? (Choeropotamus?).
(1) Considerazioni sulla Geologia stratigrafica della Toscana dei Professori Cav. Paolo Savi e Giuseppe Meneghini. Firenze 1850. (Appendice alla traduzione della Memoria sulla Struttura geologica delle Alpi, degli Apennini e dei Carpazi ec. di Sir Rod. Impey Murchison, Firenze 1850) pag. 493.
(2) Genre Elephas, p.141.
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Queste specie non sono però tutte date come certe e quindi occorre qualche spiegazione.
Ursus etruscus Cuv. — Blainville ammette per molto possibile che questa non sia che una varietà di grandezza dell’ U. arctos. (!).
La Felis spelaea è indicata con probabilità sopra un metacarpo del Museo di Firenze, ed una , carnassière , inferiore impiantata della collezione di Montevarchi (?).
La F. antiqua di Nesti è per Blainville di preferenza Y. me- gantereon.
PF. cultridens: il dente falcato isolato, da Nesti e Cuvier attri- buito ad un Orso. A questo proposito Blainville dice di aver os- servato nel Museo dell’Accademia di Montevarchi due canini di Orso, evidentemente dell’ Ursus etruscus.
Al F. Lyna il Blainville riferirebbe volentieri gli avanzi di una quarta specie di Felis, molto più piccola delle precedenti, a giudi- care da una parte superiore di radio ed una falangina nel Museo di Firenze, nonchè una parte inferiore d’omero a Montevarchi.
L’identificazione degli avanzi di Canis colle tre specie esistenti in Huropa non è data che come probabile (*). Il maggior numero degli avanzi vengono attribuiti al lupo, ed aggiunge l’autore che parecchi provengono fors' anche dal Cane domestico (!) (*).
Hyaena arvernensis Croiz. et Job. Questa specie che secondo il Blainville (*) sarebbe senza dubbio identica colla H. prisca Marcel de Serres della caverna di Lunel-Viel presso Montpellier e colla H. fusca vivente, si suppone aver esistita anche nel Val d'Arno da un modello di una mascella superiore e principalmente da due mandibole del Museo di Firenze (°). Queste stesse mandibole in- sieme ad altri pezzi più recentemente acquistati dal Museo di Fi- renze mi hanno condotto ad un giudizio diverso di quello del Blainville; ne parlerò qui appresso.
Elephas primigenius Blum.: Blainville non riconosce per specie distinta 1’ E. meridionalis Nesti. Riassume come segue le sue consi- derazioni: ,, Quoique l’E. meridionalis semble reposer sur quelque chose de plus spécieux, non pas cependant sur la taille et le bec de la mandibule, mais sur une différence appréciable dans la
(1) G. Ursus, p. 63. (2) G. Felis, p. 163. (3) G. Canis, p. 148. (4) G. Canis, p. 128. (5) G. Hyaena, p. 56. (5) G. Hyaena, p. 50, dI.
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structure des dents; je ne vois pas, en supposant méème que la comparaison portàt sur des dents analogues, qu'un peu plus ou moins d’épaisseur dans les collines dentaires et dans leurs inter- valles, puissent former une difference spécifique. Je pense donc avec M. Cuvier que l’E. meridionalis et lE. primigenius ne sont quiunsi(i).
Elephas (Mastodon): Blainville non ammetteva che il Mastodon fosse genere a parte, distinto dall'Elephas. Nel Val d'Arno egli conosce due specie: E. angustidens Cuv. sp. ed E. tapiroides Cuv. sp. — Chiunque conosce, foss’ anche superficialmente le collezioni paleontologiche della Toscana, sarà sorpreso leggendo la nota della pagina 381: , Parmi les dents d’Eléphants Mastodontes que nous avons vues de cette localité celèbre, dans le Muséum de Florence ou dans celui de Monte-Varchi, il nous a semblé que celles de l'Elephas tapiroides y étaient plus communes que celles de l’ Ele- phas angustidens ,.
Presentemente la collezione di Firenze non contiene neanche un solo molare, da annoverarsi nel gruppo del Mast. tapirordes ; quella di Montevarchi ne contiene un solo. Non posso qui inol- trarmi a discutere se il dente in questione spetti al M. tapirordes, oppure al molto affine Mast. Borsoni; come pure se provenga ve- ramente dal Val d'Arno; ciò che ultimamente è stato negato dal Cocchi (?).
Fhinoceros leptorhinus Cuv.: Il Blainville (È), seguendo in ciò il Cuvier, riunisce col cranio di Cortesi gli avanzi di Rinoceronti del Val d'Arno (f).
Hippopotamus amphibius. Non viene riconosciuto come specie distinta il ZH. major Cuv. che secondo Biainville sarebbe basato solamente sopra differenze di dimensioni (°).
Il genere Tapirus vien citato sull’autorità di De la Bèche 0:
Il frammento di bacino da Cuvier descritto nel capitolo dei
(') G. Elephas, p. 220.
(*) Su di due Scimmie fossili italiane. Nota di Igino Cocchi (Estratto dal Bol- lettino geologico N.° 3 e 4, Marzo e Aprile 1872) p. 14, nota 1.
(3) 1. e. Genre Rhinoceros, p. 214 'e seg.
(4) E da rimarcare che i rari casi nei quali il Blainville acconsentisce di seguire le opinioni di Cuvier, sono ordinariamente appunto quelli, nei quali i pro- gressi della paleontologia non hanno dato ragione a Cuvier.
(©) G. Hippopotamus, p. 61.
(9) G. Tapirus, p. 49.
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Lophiodon, secondo Blainville andrebbe attribuito con maggiore probabilità ad un An/hracotheriwn oppure Ohoeropotamus (!). —
La prima delle Memorie di Falconer così meritamente apprez- zate che tratta di Mammiferi fossili dell’Italia è del 1857 (0). In essa è contenuta fra le altre la descrizione del Mastodon arvernensis e viene discussa la fauna contemporanea. Per quel che riguarda il Val d'Arno è detto (*) che il M. arvernensis ivi è associato coll’ Ele- phas (Loxodon) meridionalis, Evnoceros leptorhinus, Hippopotamus major, insieme con specie di Tapirus, Sus, Equus, Ursus, Hyaena, Felis, Machairodus ecc.; come anche nel Piemonte e nella Lom- bardia, in varie località negli strati sub-apenninici lungo la valle del Po, ma più particolarmente neil’Astigiano, Romagnano e Du- cato di Piacenza, insieme col Mastodon (Trilophodon) Borsoni [M. Buffonis di Pomel], e cogli Elefanti estinti E. (Lorodon) meridio- nalis, E. (Loxodon) priscus, E. [ Euelephas ] sii e Leinoceros
Liri Hippopotamus major ece. —
Vengono poi discusse le località in Francia: Riguardo alla Fauna di Montpellier è ricordata l’asserzione di Gervais che in essa manca l’Elefante. Riguardo alle faune deil’Alvernia sono richiamate le opinioni divergenti di Bravard e di Pomel, che però sono d'accordo nell’assegnare orizzonti diversi ai Mastodonti ed Elefanti. Finalmente si trova rammentato che nell’occasione del » Congrès scientifique de France ,, riunito nel settembre 1855 a Puy, i naturalisti Croizet, Aymard et Pichot si trovavano d’ac- cordo nell’ammettere che gli avanzi di Mastodon nel Velay e nel- l’Alvernia erano di epoca più antica degli strati contenenti avanzi di Elephas.
Posso qui aggiungere che anche Lartet negava qualche anno dopo (1859) la coesistenza di Mastodon arvernensis coll’Elephas nei giacimenti della Francia (‘).
Secondo il Falconer (°), anche facendo astrazione dai casi dubbi nella Francia, offrirebbero prove indubitabili per la coesistenza di Mastodon e Elephas nei medesimi strati: le formazioni subapenni-
(') G. Lophiodon, p. 104, 105.
(*) H. Falconer: On the species of Mastodon and Elephant occurring in the fossil state in great Britain. Part. I. Mastodon. Quart. Journ. Geol. Soe. for Nov. 1857;
ristampata con aggiunte in Pal. Memoirs and Notes II, 1868, p. 1 e seg.
(8) 1. c. Pal. Memoirs II, p. 47. (4) Bull. Scc. Géol. de France. Tome XVI, 1859, p. 494.
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niche dell’Italia ed il Crag di Norfolk. In questa prima parte della Memoria in questione non sono date prove pei giacimenti italiani; ma invece si occupa in modo dettagliato delle condizioni del Crag. Falconer ritiene pliocene il ,, Red Crag , di Suffolk; menziona fra le altri specie: Mastodon arvernensis ed Elephas meridionalis; con- fessa però che vi si sono trovati anche Mammiferi eocenici e mio- cenici. Già a priori dunque questa località pare poco adattata per risolvere la questione della contemporaneità dei due Proboscidei in esame. Aggiungasi l’asserzione recente di Ray Lankester che tuttii molari di Elefanti del Red Crag non provengano niente af- fatto del Bone-bed, ma bensì dagli strati sabbiosi sopragiacenti, ciò che dice essere facile a vedersi dal loro aspetto ().
Nel Crag fluvio-marino di Norwich si sono anche trovati fra gli altri, avanzi di Mast. arvernensis e di Elephas meridionalis. Falconer è d'avviso che essi hanno vissuto contemporaneamente e per appog- giare questo modo di vedere si riferisce spesso alle località dell’Ita- lia (®. Mentre secondo Lankester anche per il Crag fluvio-marino la questione non è nient’affatto risoluta. Anzi l’ipotesi seguente gli pare essere quella che ha maggiore probabilità: , We may suppose that the £. meridionalis and Trogontherium of the Norfolk stone-bed lived after Mastodon arvernensis had passed away, be- longing to a distincet fauna-period, that of the £. meridionalis, fully represented in the forest-bed. Living on the lands which already contained remains of the Mastodon arvernensis in the silt of streams, in bags etc, these animals ultimately became as- sociated with the past fauna in the Norfolk stone-bed () ,,.
Nello stesso anno 1857 il Falconer presentò alla Società geolo- gica di Londra una Memoria che contiene una descrizione del- l’Elephas meridionalis Nesti e della quale allora non venne stam- pato che un riassunto (‘). Dopo la morte dell’autore, la Memoria fu pubblicata, prima nel 1865 (*) ed una seconda volta nel 1868 con aggiunte manoscritte (9). —
(1) E. Ray Lankester, Contributions to a knowledge of the newer Tertiaries of Suffolk and their Fauna (Quart. Journ. Geol. Soc. Vol. XXVI, 1879, p. 495 nota).
(*) Palaeont. Memoirs and Notes II, p. 52 e 59.
(3) I. c. pag. 198.
(4) cOn the species of Mastodon and Elephant occurring in the Fossil state in Great Britain. Part. II, Elephant ». Quart. Journ. Geol. Soc. 1857. Vol. XIV, p.81.
(5) Quart. Journ. Geol. Soc. August, 1865.
(8) Palaeontological Memoirs and Notes II, p. 76 e seg.
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 23
Carlo Strozzi in una Memoria del 1858 (') menziona dietro le determinazioni comunicategli da Falconer i Mammiferi seguenti che si son trovati nel bacino lacustre del Val d’Arno superiore, fra Rignano e la Bocca dell’Ambra:
Mastodon (Tetralophodon) arvernensis.
Llephas (Loxodon) meridionalis.
Elephas (Euelephas) antiquus.
Rhinoceros leptorhinus (syn. megarhinus) de Montpellier.
Rhinoceros tichorhinus.
Hippopotamus major.
Tapirus arvernensis ?
Ursus arvernensis? syn. etruscus, ed altri Mammiferi.
Le ossa di cavallo e di tapiro vengono indicate come rare; più ancora quelle di carnivori, che sembrano provenire da caverne che esistevano probabilmente poco al disopra il livello delle acque del lago.
In una memoria più dettagliata dell’anno susseguente (8) lo Strozzi ammette nel Val d'Arno tre orizzonti diversi, fondandosi per questa distinzione sopra gli avanzi di Mammiferi.
1) Miocene superiore: basato sopra molari giudicati appar- tenere al Mast. pyrenaicus e Mast. angustidens, trovati dall'autore stesso nelle vicinanze di San Giovanni; e sugli avanzi di un Ma- chairodus delle vicinanze di Terranuova che egli dice essere proba- bilmente identico colla specie del Miocene superiore di Eppelsheim. Non vi sono nè descrizioni nè figure dei citati molari di Mastodon; perciò conviene andar cauto nel giudicare; pel momento vorrei fare osservare che secondo una comunicazione verbale del Mar- chese Strozzi questi avanzi provengono da Monte Carlo presso San Giovanni; e questa stessa collina è come abbiamo visto, la sola località autentica per la presenza nel Val d’Arno superiore del Mastodon arvernensis, provenendo di là gli avanzi descritti dal Nesti (?).
2) Secondo orizzonte. La maggior parte dei fossili seguenti, messi nell’ ordine della loro frequenza, provengono secondo lo
(4) Mémoire sur quelques gisements de feuilles fossiles de la Toscane par Ch.-Th. Gaudin et M. le Marquis Carlo Strozzi. Zurich 1858, p.8 e 9.
(£) Contributions à la Flore fossile Italienne. Second Mémoire, par Charles Th. Gaudin et le Marquis Carlo Strozzi. Zurich 1859, I. Partie stratigraphique par M. le Marquis Carlo Strozzi. p. 13 e seg.
(£) Nesti, 1. c. p. 6.
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Strozzi con certezza dalle sabbie marnose spettanti al pliocene subappenninico. Cervus, più specie. Equus, idem. Bos, idem. Elephas (Loxodon) meridionalis Nesti. Hippopotamus major Cuv. Rhinoceros leptorhinus Cuv. Mastodon (Tetralophodon) arvernensis C. et Job. Ursus 2 spec. Sus. Tapirus. Hyaena. Felis.
Mastodon (Trilophodon) Borsoni Hays è detto essere molto raro; località precisa ignota.
Terzo orizzonte. Dalle sabbie gialle superiori al deposito di ciottoli: avanzi di Bos, Cervus, Equus. I crani del , RWinoceros hemitoechus Falc. , del Museo di Firenze, chiamato PWhinoc. ticho- rhinus nella prima memoria, proverrebbero molto probabilmente secondo l’autore dagli stessi depositi. Questa supposizione sl ap- poggia al fatto che altrove il Rh. hemitoechus si riscontra in depositi post-pliocenici; i due crani in questione sono gli stessi sui quali più tardi il Falconer fondò la sua nuova specie: £%. etruscus.
La presenza nel Val d'Arno di Elephas antiquus Falc. e di Elephas priscus Goldf. è detto essere molto problematica dietro recenti investigazioni ('). — i
Nel 1860 fu stabilito senza descrizione una nuova specie: &W- noceros etruscus Fale. (©). —
Nel 18653 il Fa/coner caratterizzò la Fauna dei Mammiferi della Val di Chiana nelle vicinanze di Arezzo che distingue benis- simo, come risulta dall'insieme, da quella del Val d'Arno supe- riore; enumera le specie seguenti: Zlephas primigenius, Bos primi- genius, Bison priscus, Cervus euryceros, e conchiude dicendo: , Col- l'eccezione del Rhinoceros tichorhinus, la fauna fossile della Val di Chiana presenta tutti i tipi dei grandi Ungulata che accompagna- rono il Mammuth nel Nord dell'Europa, prima della sua estin- zione (8). —
(4) I. c. pag. 20.
(?) Nell’ appendice di un lavoro di il cf. Quart. Journ. Geol. Soc. Lon- don. for February, 1860.
(3) H. Falconer: On the American fossil Elephant of the Regions bordering
the Gulf of Mexico (E. Columbi Falc.); with general observations on the living and extinct species. (Natural History Review for January 1868).
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 25
Nello stesso anno 1863 P. Savi nella sua Memoria , De’ movi- menti avvenuti dopo la deposizione del Terreno Pliocenico nel suolo della Toscana ec. (') cita come Mammiferi caratteristici delle sabbie gialle plioceniche: Mastodon arvernensis Cr. e Job., Elephas meri- dionalis Nesti, Elephas antiquus Falc., Rhinoceros megarhinus de Christ., Run. hemitoechus Falc., Physeter sp., Balaena sp., Delphinus sp. La formazione d’acqua dolce della Val di Chiana è dichiarata post-pliocenia per la lista seguente di fossili: Bos primigenius Boj., Bos priscus Schl., Cervus euryceros Ald., Elephas primigenius Blum. E. africanus L., E. armeniacus Falc., RIvinoceros megarhinus Christ., Equus gigas Giul. (*). — Secondo una comunicazione fattami dal Prof. Meneghini il Savi ammetteva gli Elephas africanus ed E. ar- meniacus Falc. nella Fauna della Val di Chiana basandosi sopra due frammenti di molari nel Museo di Pisa, che si suppone pro- venire dei dintorni di Arezzo, dei quali uno, forse non fossile, | spetta senza dubbio all’. africanus, mentre che l’altro molto si- mile all’. primigenius, lasciava indeciso il Falconer se non dovesse piuttosto attribuirsi ad una specie distinta, molto affine all’. in- dicus vivente, cioè l' X. armeniacus. —
La descrizione del cranio e della dentizione del Bos etruscus Falc. del Val d'Arno e dell'Astigiano venne data nel 1867 dal Itiitimeyer, il quale in questa occasione stampa anche una lettera del Falconer (del Maggio 1864) intorno allo stesso argomento (*).—
Nel 1867 il Cocchi si è occupato delle condizioni geologiche e paleontologiche del Val d'Arno in una Memoria che contiene un ricchissimo materiale di osservazioni sopra tutto geologiche, ed anche paleontologiche che non si supporrebbero dal titolo del- l’opera (4). Come tipi prevalenti della fauna mammalogica del Val d'Arno superiore fra Reggello e Castelfranco sopra una spon- da dell'Arno, Gaville e Bucine sopra l’altra vanno citati, accen- nando dice egli, soltanto le forme predominanti e fin qui meglio definite: Drepanodon, Ursus etruscus Cuv., Hyaena 2 sp., Equus Stenonis n. sp. (*), Hippopotamus major, Sus, Mastodon arvernensis,
(4) Estratta dal Nuovo Cimento. Fasc. di Aprile e Maggio 1863. Pisa. p. 11 nota.
(O) Blcspasazio:
(3) L. Ritimeyer. Versuch einer natùrl. Geschichte des Rindes. Nouv. Mém. Soc. Helv. Se. Natur. Vol. XXII, 1867. P. I. p. 97-98. IL 71:77.
(4) L'Uomo fossile nell'Italia centrale, Studi paleoetnologici di Igino Cocchi (Memorie della Soc. Ital. di Scienze naturali, Tomo Il, N.° 7, Milano 1867).
(5) Menzionata per la prima volta in questa Memoria.
26 C. I. MAYOR
Elephas meridionalis, Bos etruscus Falc., Cervus dicranius. Inoltre grandi roditori, canidi e felidi, nè sembrano mancare i fapiri (1). A questa lista sono da aggiungersi dalle indicazioni della pagi- na 22 e 23 dell'opera citata: , Rhinoceros etruscus Falc. e Rinoc. megarhinus Christ. pro parte, rara questa, comunissima quella ,. Della seconda specie è detto che giunge a mostrarsi, in altre loca- lità nostrali, nel post-pliocenico. Quest'ultima indicazione riposa sopra determinazioni fatte dal Falconer.
Ho detto in altro luogo che ritengo spettare al R%. Merckii Jaeg. sinonimo del R%. hemitoechus Falc. tutti questi avanzi post- pliocenici di Rhinoceros attribuiti al E%. leptorhinus Cuv. pro parte (Eh. megarhinus de Christ.).
Inoltre ho saputo da una comunicazione verbale del Prof. Coc- chi che esso fin da quest'epoca ha riconosciuto per tali degli avanzi di Scimmia trovati nel Val d'Arno superiore.
Il Cocchi distingue in somma tre faune: una pliocenica inferiore alla quale spetterebbero gli avanzi or ora nominati; una seconda del pliocene superiore, della quale non viene nominato che l’E/ephas antiquus, ed una terza post-pliocenica nei dintorni di Arezzo. Sopra tutto caratteristici per questi tre orizzonti sono secondo l’autore le tre specie di Elefanti: E. meridionalis, E. antiquus ed E. primi- genus, riguardo ai quali così sì esprime: , Le tre specie di Ele- fanti si succedettero nel tempo come si succedono nello spazio. Esse rappresentano per noi tre piani geologici distinti, e formano altrettanti orizzonti utilissimi per l’ osservatore che spinge la mente nel dedalo delle ultime formazioni precedenti l’attuale. Gli studi fatti finora portano ad affermare essere l'elefante meridio- nale caratteristico, nella nostra Italia centrale, del pliocene infe- riore e meno del superiore; l’elefante antico caratteristico del pliocene superiore e di parte almeno del post-pliocene inferiore o antico; ed infine l'elefante primigenio caratteristico del post-plioce- ne lacustre, inferiore, come anche del diluviale o superiore ,, (?).
Da una conversazione col Prof. Cocchi rilevo che questa divi- sione è da ritenersi pel momento piuttosto come teoretica; regna sopratutto tuttora molto dubbio intorno al pliocene superiore così chiamato dal Cocchi, pliocene superiore che deve essere caratteriz- zato dall'El. antiquus.
(4) 1. e. pag. 14. (2) L c. pag. 17.
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA DATA
L'asserzione che LE. meridionalis abbia coesistito coll’ E. an- tiquus nel , pliocene superiore , (') non è da intendersi nel senso che avanzi delle due specie siano stati trovati insieme nello stesso posto; ciò che in Italia non è mai avvenuto; ma piuttosto che tutte e due si sieno trovate in giacimenti che per considerazioni di ordine geologico sono considerati come contemporanei.
Rispetto alla topografia dei tre piani geologici il Cocchi così riassume: ,.....ascrivo al pliocene più antico i depositi della parte occidentale e in generale quelli che ne occupano le sponde; ascrivo al pliocene più recente i depositi più ad oriente rispetto al primi, e perciò collocati più nel centro del bacino, come ap- punto doveva accadere per depositi formatisi in ritiro e colle re- gole degli ordinari delta lacustri e delle formazioni littorali; final- mente ascrivo al post-pliocenico inferiore le argille che formano l'’imbasamento dell’altipiano Aretino e della Chiana, e al superiore i depositi che mi restano a descrivere , (?).
Come rappresentanti della fauna post-pliocenica dei dintorni di Arezzo vengono citati oltre l’ Elephas primigenius: Bos primi- genius, colla varietà Bos trochoceros, Bison priscus, Cervus euryceros, Equus Larteti n. sp.
In una Memoria del Falconer: ,, Geological Age of fossil Ele- phants,, scritta nel 1857, ma pubblicata soltanto nel 1868, pa- recchi anni dopo la morte dell’autore, si ascrivono alla fauna del Val d'Arno superiore specie dei generi Mustodon, Elephas, Rhino- ceros, Tapirus, Equus, Hippopotamus, Sus, Felis, Machairodus, Hyaena, Bos, Cervus, Antilope, Lagomys, ed altri piccoli Mammi- feri (?). Più innanzi (p. 195) si indicano come i più frequenti pro- boscidei del Val d'Arno Tetralophodon arvernensis e Loxodon meri dionalis. L'autore aggiunge: ,, Un’ altra circostanza, specialmente favorevole per lo studio della fauna Valdarnese come associazione pliocenica è quella, che secondo la mia osservazione essa è com- pletamente libera da ogni mescolanza coi tipi della fauna post- pliocenica glaciale, quale sono il vero Mammuth, il Linoceronte della Siberia, V Elasmotherium ed i loro compagni artici ,. E più avanti (p. 190) soggiunge: , Andando verso nord incontro alle Alpi, la stessa associazione di Mammalia ci è presentata nell’allu- vione subapenninico pliocenica della Vallata del Po e dei suoi
(MPa 16017 (2) 1. c. pag. 42. (3) Palaeontological Memoirs and Notes, p. 189.
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affluenti,.— Ed eccoci arrivati alle formazioni che servirono come principale appoggio al Falconer per la supposizione della coesi- stenza di Mastodon arvernensis coll’Elephas. Vista l’importanza dell'argomento mi sarà permesso di riprodurre in esteso le parole dell'autore:
» Il più istruttivo esempio ,, dice il Falconer, , da me cono- sciuto della presenza del maggiore numero di specie fossili di Pro- boscidei nello stesso deposito, in circostanze che non ammettono dubbio intorno alla loro età comune e la loro associazione, è quello del Mastodon (Tetralophodon) arvernensis descritto da E. Sismonda. L'intero scheletro dell'animale, disteso, fù scoperto da un taglio della ferrovia fra Dusino e Villafranca, ad una profon- dità di circa 26 piedi sotto la superficie. Nella stessa località e nello stesso strato, ma ad una piccola distanza dello scheletro di Ma- stodon, furono trovati molari fossili di E. (Lorodon) meridionalis, Ehinoceros leptorhinus, insieme con corni di cervo, e vicino alla su- perficie (,, close upon the surface ,,) lo scheletro di un Lagomys. Nel terreno fluvio-lacustre, insieme con (along with) questi avan- zi, furono trovati specie di Unio, Helix, Paludina e Clausilia (1). — In un altro posto dello stesso strato, vicino a San Paolo, le esca- vazioni per la ferrovia misero alla luce abondanti avanzi di &. (Kuelephas) antiquus., [Qualche anno dopo però, quest’ultima de- terminazione diventò molto dubbiosa al Falconer, che era piut- tosto inclinato ad ascrivere al suo E. armeniacus i molari in questione (?)]. , In questo caso ,, continua il Falconer (*), , ab- biamo un esempio che non può esser messo in dubbio, della pre- senza di tre specie fossili di Proboscidei in posti quasi contigui dello stesso strato pliocenico, e non vi è luogo a dubitare che essi fossero membri contemporanei della stessa fauna. Vicino a Fer- rere (‘) nello stesso distretto dell’Astigiano, e nello stesso deposito, zanne e molari spettanti a 5 o 6 individui di Tetralophodon arver- nensis, con mascelle di Rhinoceros leptorhinus, denti di Hippopota-
(4) 1. c. pag. 191, 192. — Ecco come si esprime E. Sismonda nella descrizione dello scheletro, fatta due anni dopo che fu trovato: « A poca distanza del mede- simo sì trovarono denti di Elefante, corno di Cervo, una mandibola di Rinocerente, e, negli strati più superficiali argillo-calcarei la testa di una Marmotta ». Osteogra- fia di un Mastodonte angustidente illust. dal Prof. Eugenio Sismonda. Torino 1851, (Mem. della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie II, Tom. XII. p. 59).
(Alec pas34929%Nota: ; (3) I. c. pag. 193.
(4) L'originale ha per errore «Florence ».
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 29
mus e di Tapirus? furono scavati confusi con Helici, Paludine e Clausilie. Il Professore A. Sismonda, il Dott. Bellardi e il sig. B. Gastaldi, tutti geologi perfetti, profondamente conoscitori del paese, mi assicurarono che tutti questi avanzi furono trovati negli stessi strati pliocenici alluviali ,.
Disgraziatamente non ci vien detto se itre scienziati nominati abbiano osservato eglino medesimi in posto i fossili in esame; ma, se piuttosto gli avanzi sono stati trovati e scavati dai lavoratori; sarà quindi lecito di esprimere l’opinione che finora i dati non sono sufficienti per provare la contemporaneità di questi differenti luoghi. I dotti geologi di Torino mi concederanno che attualmente non sì può più considerare a priori come contemporaneo tutto ciò che tempo fa fa compreso col nome di , pliocenico subapenninico.
Sentiamo piuttosto il giudizio che i geologi piemontesi stessi hanno emesso intorno alle formazioni che contengono fossili di mammiferi. Eugenio Sisnonda, al quale dobbiamo la monografia dello scheletro di Mastodonte surriferita, ha chiamato questi stessi strati fin dal 1851 , epipliocenici ,, spiegando questo termine nel modo seguente: ,.... Dall’esposto quadro chiaramente risulta che i sedimenti fiuvio-lacustri con ossa di pachidermi fanno bensì parte del sruppo terziario, anzi della formazione pliocenica, ma e per la causa che li ha prodotti, come per l'età, natura e giacitura loro si deggiono separare dal terreno pliocenico o subapennino propriamente detto, col quale essi non alternano, ma al quale stanno indipendentemente sovrapposti , (!).
Tl Sismonda ammette a priori che tutti questi strati contenenti avanzi di Mammiferi che chiama , depositi pachidermiferi , e che ha riconosciuti come epipliocenici siano contemporanei fra di lo- ro (2); mentre che secondo il Gustaldi (È) gli strati contenenti , Tetralophodon arvernensis, Trilophodon Borsoni Hays, Loxodon meridionalis Nesti sp., Euelephas antiquus, Rinoceros leptorhinus Cuw., Hippopotamus major , sono più antichi di quelli che sareb- bero secondo lui caratterizzati da frequenti avanzi di Luminanti, Solipedi e Ioditori.
Tanto l'opinione del Sismonda che comprende a prior: in una stessa formazione tutti quanti i depositi dell’Astigiano che hanno
(4) 1. c. p. 57. (©) LCA: (3) Cenni sui Vertebrati fossili del Piemonte. Memorie della R. Accad. delle Scienze di Torino, serie II, T. XIX, 1858, p 45-47.
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fornito avanzi di Mammiferi terrestri, quanto quella del Gastaldi che escludeva a priori dalle sue , alluvioni plioceniche,, del plei- stocene (') tutto ciò che è Cervus, Bos, Equus o toditore, non riposano evidentemente sopra osservazioni dirette; quindi facil- mente si comprenderà come io dubiti che sì tratti del medesimo caso anche quando si ammette la contemporaneità nell’Astigiano del Mastodon arvernensis e dell’Elephas meridionalis.
Teniamo però conto del fatto che ambedue gli autori citati vanno d'accordo nell’ammettere che gli strati contenenti avanzi dei citati grandi Mammiferi sopraincombono al pliocene marino; ma da ciò non segue con necessità, come lo vuole il Gastaldi (') che i primi siano pleistocenici. —
Dopo questa digressione ritorno alle pubblicazioni che hanno più direttamente rapporto alla Fauna del Val d'Arno superiore.
La descrizione del EWinoceros etruscus Falc. fu pubblicata nel 1868, dando l’editore alla stampa le note manoscritte del Falco- ner degli anni 1858-1860 (?). Nello stesso anno venne fuori un lavoro di Boyd Dawkins sopra la stessa specie, basato in parte sopra fossili del Val d'Arno (5).
Inoltre le , Palaeontological Memoirs and Notes, contengono una Nota sopra una specie non descritta di Bos nel Museo di Firenze, nella quale sono ripetute le stesse osservazioni che il Falconer aveva comunicate al Ritimeyer e che furono da questo pubblicate parecchi anni prima (5). —
Due anni fa credetti di potere prendermi la responsabilità di asserire che per quanto al Val d'Arno, mancano fino a quest’ora le prove incontestabili all'appoggio dell’asserzione che i generi Mastodon ed Elephas abbiano coesistito (*). Confesso di non averne a disdire nulla oggidì, dopo che per due anni non ho lasciato sfug- gire nessuna occasione che promettesse fornirmi le prove del contrario.
(Ale piero
(*) Palaeontological Memoirs and Notes II, p. 354-368. 1868.
(3) W. Boyd Dawkins. On the Dentition of Rhinoceros etruscus Falc. (Quart. Journ. Geol. Soc. Vol. XXIV, 1868, p. 207 e seg.
(4) Pal. Mem. II, p. 481: « Note of an undescribed species of Bos in the Flo- rence Museum (Bos etruscus?) »
(*) Note sur des singes fossiles trouvés en Italie ete. (Extrait des Actes de le Soc. ital. des Sciences nat. T. XV, 1872, pag. 16.
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In uno sguardo generale dato sui Mammiferi fossili dell’Italia nel 1872, il Gervais cita fra la fauna Mammalogica del Val d'Arno superiore anche i seguenti animali: , De nombreux ossements de Boeufs, et, dans certains cas, des tètes entières, indiquant des animaux fort rapprochés des Bos priscus et primigenius — sont souvent déterrés aux mémes lieux, et il y a aussi une autre espèce du mème groupe...,, cioè il Bos etruscus ('). Questa indicazione essendo stata copiata da altri, mi pare tanto più importante il ri- petere una volta di più (°) ciò che risulta già dalle citazioni fatte più sopra (Falconer, P. Savi, Cocchi) che cioè i Bison priscus e Bos primigenius non sì sono mai riscontrati in unione coi Mammiferi del Val d’Arno superiore, compresovi il Bos etruscus. I crani di queste due specie, conservati nel museo di Firenze, come anche quelli del Museo di Arezzo, provengono dai dintorni di questa città, dove si trovano insieme, come più volte è stato detto, con una fauna ben differente. —
Una mascella inferiore di Scimmia trovata nei dintorni di Mon- tevarchi nel Val d'Arno superiore fu descritta nel 1872 dal Cocchi, il quale si credè in diritto di farne un genere nuovo: Aulaxinuus florentinus Cocchi (£).
Già dal 1867 nelle , Note ad un corso di geologia ,, lo Stoppani ha emesso intorno all'argomento della Fauna del Val d'Arno, idee tutto particolari, che maggiormente poi sviluppò l’anno passato nel secondo volume della nuova edizione (*). Fondandosi nello studio delle condizioni geologiche delle lignite di Leffe, nell'alta Lombardia (Provincia di Bergamo), l’autore riferisce queste al- l'epoca glaciale. Di Mammiferi vi sono stati riscontrati fra gli altri Elephas meridionalis e denti di Rinoceronte che non erano da distinguersi da quei del E/inoceros leptorhinus. Lo Stoppani con- clude adunque che questi due sono specie glaciali, caratteristiche dell’epoca glaciale ovunque si riscontrino, come per esempio nel Val d'Arno. , Un altro celebre deposito lacustre, ma non glaciale, viene a porsi immediatamente tra gli equivalenti glaciali. È questo
(4) Coup d’oeil sur les Mammiferes fossiles de l’ Italie ete. Journal de Zoolo- gie, par M. Paul Gervais I, 1872, pag. 219,
(*) Vedi Remarques sur quelques Mammifères post-tertiaires de l’Italie etc. (Atti Soc. Ital. di Scienze naturali. Vol. XV, 1873.).
(3) Su di due Scimmie fossili italiane. Nota di Igino Cocchi (Estr. dal Bollett. Geol. N.° 3 e 4, Marzo e Aprile 1872) Firenze 1872.
(4) Corso di Geologia, del Prof. A. Stoppani. Milano 1873, pag. 664 e seg.
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il deposito della Val d'Arno, ritenuto ordinariamente come ter- ziario , ('). Concede però che vi sia anche del pliocenico nel Val d'Arno e prosegue poi in questa guisa. , Quello che è certo però è questo, che la formazione lignitica, colle argille e colle sabbie, da cui si svolgono in si gran copia gli ossami, e che costituisce la porzione superiore della formazione cioè l'immediato sottosuolo della Val d’Arno, appartiene all’epoca glaciale, contenendo tutti i fossili più caratteristici del terreno glaciale: Elephas meridionalis, Rhinoceros leptorhinus, Bh. etruscus, ed hemitoechus (sinonimi del PF. Merck), Bos etruscus , (3).
Rispetto alle specie di Rinoceronte debbo rimandare a due mie note (*). Tornerò a parlare quì appresso della fauna di Leffe. Quì mi contenterò di accennare un lato solo della questione: Lo Stop- pani sembra opinare che la fauna mammalogica dell’epoca gla- ciale è stato finora pochissimo conosciuta, ciò che invero non è; parlando delle specie che esso attribuisce alla detta epoca, dice: » Eccoci dunque assicurato il possesso di una piccola fauna gla- ciale che ci promette quello di una paleontologia glaciale , (5).
Facendo astrazione anche dei paesi ultramontani rammenterò che in un'altro luogo ho trattato abbastanza diffusamente di un certo numero di Mammiferi post-pliocenici (*); e nelle pagine pre- cedenti è stato accennato più volte alla fauna dell’Aretino e della Val di Chiana. Mi permetto quindi di domandare all’illustre scien- ziato che mi onora della sua amicizia, a quale epoca dovrebbero ri- ferirsi questi Mammiferi delle caverne, delle breccie ossifere, delle alluvioni del Po ec., e delle torbieri ed alluvioni torrenziali nei din- torni di Arezzo e di altri giacimenti che più tardi avrò l'occasione di citare; trattandosi quì di una fauna differentissima da quella che egli chiama glaciale; e non essendo mai stati da noi trovati insieme i singoli componenti di queste due faune diverse. È vero che nel Forest-bed di Norfolk e Suffolk riscontriamo una mescolan- za assai particolare di specie viventi ed estinte, una fauna di tran- sizione nella quale fra gli altri si trovano parecchie specie del Val d'Arno superiore, come, E. meridionalis, Rhinoceros etruscus, Ursus
(>) le pas:673: (e ipar6re
(3) Remarques sur quelques Mammifères post-tertiaires de l’ Italie etc. >. (Aut della Soc. Ital. di Scienze naturali. Vol. XV, 1873). — Uber fossile Rhinoceros-Arten Italiens. (Verhh. der k. k. geolog. Reichsanstalt. N.° 2, 1874, pag. 30).
(4) 1. c. pag. 670. () Remarques etc. I. c.
x
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA Di
arvernensis (che è probabilmente identico coll’ U. etruscus) insieme con parecchie specie di cervi finora proprie di quel giacimento, con mammiferi senza dubbio quaternari, e con altri, tuttora vi- venti, ma anch’ esse quaternarie ('). Nella Fauna del Val d'Arno superiore invece ed in quella di Leffe non si è trovata neanche una sola specie di mammiferi viventi, e neppure Bos primigenius, Elephas antiquus, E. primigenius ec., tipi quaternari che si trovano anche nel Forest-bed. Ne segue indubitatamente che il Forest-bed è più recente dei due giacimenti citati, ed essendo esso sottogia- cente al Boulder-clay, dunque evidentemente preglaciale, mi per- donerà l'illustre Professore Stoppani se, al rischio anche di meri- tarmi il rimprovero di tener dietro a , pregiudizi inveterati , (*), mi vedo costretto di combattere le sue opinioni che attribuiscono all’epoca glaciale le ligniti di Leffe, le formazioni del Val d'Arno superiore e delle sabbie gialle in genere. —
L’anno passato il Gastaldi pubblicò un opuscolo intitolato: n Appunti sulla Memoria del sig. G. Geikie, F. R. S. E.: On changes of climate during the glacial epoch. Nota di B. Gastaldi , (*), che non posso quì passare sotto silenzio, almeno per ciò che riguarda, le osservazioni paleontologiche in essa contenute. In un lavoro del 1850: ,, Essai sur les terrains superficiels de la vallée du Po, aux environs de Turin, comparés à ceux de la plaine Suisse , (4),
(!) Ecco la lista dei Mammiferi del Forest-bed secondo Boyd Dawkins:
Sorex mosrhatus. Cervus Polignacus. Sorex vulgaris. » carnutorum. Talpa europaea. » verticornis. Trogontherium Cuvieri. » Sedgwicki. Castor fiber. Bos primigenius. Ursus spelaeus. Hippopotamus major.
» arvernensis. Sus scrofa.
Canis lupus. Equus caballus.
» vulpes. Rhinoceros etruscus. Machaerodus. » megarhinus. Cervus megaceros. Elephas meridionalis.
» capreolus. » antiquus. » elaphus. ) primigenius.
Non mi consta che alcuno dei numerosi geologi e paleontologi della Gran Bretta- gna che si sono occupati del Forest-bed, abbia messo in dubbio la contemporaneità degli avanzi di Mammiferi in esso trovati.
(2) I. e. pag. 670.
(3) Estr. dagli Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino. Vol. Viif. Adunanza del 20 Aprile 1873.
(4) Bull. de la Soc. géol. de France, T. VII, 2.° série.
d) C. I. MAYOR
Charles Martins e Gastaldi sincronizzarono la lignite fogliettata di Dirnten nella Svizzera colle ,, Alluvions du Pliocène ou è Osse- ments de Pachydermes , nel Piemonte. (Non vi sì trova menzio- nato che una specie sola, cioè lo scheletro del Mastodonte di Du- sino, sotto il nome di M. angustidens; inoltre i generi R/inoceros, Hippopotamus, Tapirus). Posteriormente a quest'epoca le ligniti di Dùrnten furono ritenute dai geologi e paleontologi svizzeri come interglaciali. Ora Geikie, prestando fede al sincronismo pro- posto da Martins e Gastaldi conclude logicamente che anche le salluvioni plioceniche, di questi autori siano interglaciali, e fa anzi un passo di più; cioè perchè il Gastaldi ed il Ch. Martins avevano annoverato come caratteristiche delle sabbie marine sottostanti un certo numero di conchiglie che secondo Etheridge vivono quasi tutte presentemente nel Mediterraneo, ed in parte anche in mari nordici, il Geikie ascrive anche all’epoca glaciale queste sabbie marine. Questa opinione è combattuta energicamente dal Gastaldi che rimprovera al Geikie di aver fatto prova di non comune corag- gio scientifico. Secondo il mio modo di vedere non vi è molta dif ferenza fra le due opinioni: del Geikie che sincronizza con Dùrnten le sabbie marine con conchiglie viventi e del Gastaldi che sincro- nizza collo stesso deposito Svizzero li strati a Mastodon.
Si capisce benissimo che questo ultimo parallelismo poteva farsi 24 anni fà; ma ci vien detto nel recente opuscolo che l’autore è anche oggidì disposto di sostenere lo stesso: , Se dovessimo oggi pubblicare lo scritto cui allude il sig. Geikie (,,Précis sur les terrains superficiels de la valiée du Po ,) lascieremmo probabilmente a ri- scontro ed allo stesso livello le ligniti di Dùrnten e le così dette alluvioni plioceniche del Piemonte . ...,('). Ho una troppo alta opinione del Professore Gastaldi per credere ciò; ma invece sono persuaso che se oggidì egli si trovasse nel caso supposto, il pren- der cognizione dei lavori di Gaudin, Heer, Falconer ed altri, lo condurrebbe a tutt'altre vedute sopra l'equivalente nell'Italia delle ligniti di Dùrnten.
Rispetto alle ,, alluvioni plioceniche del Piemonte, le quali rac- chiudono tanti scheletri di proboscidei e di altri grossi pachi- dermi ,, e che sincronizza con quelle della valle dell’Arno e del Tevere (2), il Gastaldi dice che per lui non vi è dubbio che essi sieno preglaciali (3).
(1) E te-pag 0) (e pas (3) I. c. pag. 10.
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 59)
Alla pagina 22 ci si dice che questo deposito che trovasi a con- tatto colle sabbie marine sottogiacenti venne da lui distinto col nome di alluvioni plioceniche, non tanto perchè volesse riferirlo al pliocene, e farne parte costituente di quel terreno, ma bensì per ben separarlo dalle alluvioni antiche, appellativo che da molti si dà al diluvium, ed anche per non chiamarlo semplicemente col nome di alluvioni post-plioceniche, appellativo il quale a lui sembrava troppo generale. Abbiamo di già fatto osservare che in una pre- cedente pubblicazione il Gastaldi enumera le , alluvioni plioceni- che , come suddivisione del Pleistocene, ciò che certamente non contribuisce a precisare l'orizzonte geologico di esse.
Come Mammiferi caratteristici vengono citati nel recente la- voro: ,, lehinoceros, Hippopotamus, non poche specie di Ruminanti, Mastodon arvernensis, M. Borsoni, Elephas antiquus, ed E. meridio- nalis ,, i quali animali tutti è detto espressamente che vivevano assieme nello stesso tempo ('), cioè dunque che sarebbero post- pliocenici, ma sempre preglaciali. Gastaldi si aggira per trovare le traccie di una vegetazione lussuriosa che possa aver servito di pasto a questa fauna gigantesca e la trova nelle ligniti di Cur- gnano, Lanzo, Gifflenga, Boca, Maggiore nel Piemonte ed in quelle di Leffe nel Bergamasco. Per rapporto a questi ultimi cerca di appoggiarsi sulla autorità geologica dello Stoppani e su quella paleontologica del Cornalia. Ed infatti ecco quanto il Cornalia gli scrive in proposito.
» Jo ritengo, come tu ritieni, post-pliocenico il bacino di Leffe; tale lo ritiene anche Stoppani. 11 proboscideo che vi trovai ab- bondante è l’Elephas meridionalis, che invero è indicato come pliocenico, ma per errore, perchè anche tutta la giacitura di quell’animale in Toscana (Val d'Arno) è a torto ritenuta plioce- nica; le deposizioni che lo racchiudono poggiano sulle argille plio- ceniche ma sono più recenti. Nella lignite di Leffe trovai il Castoro identico all'attuale; trovai un £#mys che è impossibile separare dalla Cistudo europaea; vi si trovano Cervi e Capra che evidente- mente sono post-plioceniche .... L'E. meridionalis pare abbia du- rato di più al mezzodì delle Alpi ed anzi io sarei per credere che gran parte degli ossami elefantini del Po a questa specie, piuttosto che all’. primigenius, debbansi attribuire; lE primigenius è invece assai raro fra noi , (°).
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5 050 (Moro
Lascieremmo al Professore Stoppani protestare contro il torto che gli si vuole fare citando la sua testimonianza per appoggiare la preglacialità di Leffe; — lascieremmo ai geologi e paleontologi svizzeri di rispondere alle idee del Gastaldi che le ligniti di Dùrnten e Utznach appartenessero possibilmente a più d'un epoca (') e che il terreno erratico che forma la base delle ligniti di Wetzikon e di Morschweil, possa appartenere al terziario inferiore(®). — Quì dob- biamo aggiungere due parole sulle ligniti di Leffe a quel che più sopra ne è stato detto. Per parte mia sono disposto ad assegnare ai Mammiferi in esse trovati la stessa epoca che a quelli del Val d'Arno; ma non ho per il momento il coraggio di pronunziarmi in modo assoluto sull’orizzonte; prima, perchè parecchi degli avanzi di Leffe sono troppo frammentari per permettere una determina- zione rigorosa; e poi perchè altri che da molti anni sì conservano nel Museo di Milano come provenienti da Leffe, hanno certamente una origine ben diversa.
L'asserzione del Cornalia rispetto ai giacimenti dell’ E. meridio- nalis non è appoggiata con fatti.
Il Castoro di Leffe poi si dice identico con quello vivente. Se- condo le mie osservazioni il Castoro del Val d'Arno non fa vedere le differenze molto caratteristiche colla specie vivente che nei mo- lari pochissimo consumati; ritengo quindi che i molari isolati di Castoro che sì conservano nel Museo di Milano come provenienti delle ligniti di Leffe, e che si trovano in uno stato medio di logo- razione, non siano adatti per permettere un giudizio positivo.
Dice inoltre il Cornalia che vi si trovano Cervi e Capre che evidentemente sono post-plioceniche. Nella sua descrizione dei Ru- minanti fossili della Lombardia (*), 11 Cornalia non cita specie di Capra delle ligniti di Leffe; e non ne ho visto traccia neanche io nel 1872 nelle collezioni di Milano, Bergamo e Pavia, che conten- gono fossili di Leffe. Essendo inoltre la coesistenza di una specie di Capra coll'Elephas meridionalis, secondo quel che mi pare, un fatto molto interessante, meriterebbe certamente che le prove ne fossero rese di pubblica ragione; intanto però mi permetto di dubitarne.
Di Cervi il Cornalia ha descritto tre specie delle Ligniti di
(SEEN Pagni: (?) LL c. pag. 23, nota 2. (3) È. Cornalia, Mammifères fossiles de Lombardie, Milan 1858-1871 (Paléon- tologie Lombarde du Prof. A. Stoppani. 2.° série).
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA DIC
Leffe: il C. Orobius Bals. e C. affinis Corn., essendo Paco non citate finora altrove che a Leffe, ad esse non possono riferirsi le parole di Cornalia che siano evidentemente post-plioceniche. U i terza, specie di Leffe è citata dal Cornalia col nome di , Cervus dama fossile , e come risulta dal testo non è ammessa che provisoria- mente ('). Non vi è questione delle particolarità caratteristiche della dentizione del Daino. La figura delia Mandibola è stata ese- guita in profilo; quindi nè descrizione nè figura permettono di formarsi un giudizio. —
Due anni fa consegnai al Professore Stoppani una lista dei Mammiferi del Val d'Arno superiore, come risultava dalle indica- zioni degli autori e da pochissime osservazioni proprie fatti in una, Visita delle collezioni di Firenze, Pisa e Montevare hi. Da questa lista stampata nel , Corso di Geologia , (*), debbono togliersi È seguenti specie che vi erano state ammesse sulla fede di vari autor ma che non ho potuto rintracciare nei Musei pubblici di Pisa, Fi renze e Montevarchi, e neanche in Musei privati, fra i quali va ci- tato in prima linea quello del Marchese Carlo Strozzi; sono dun- que: Elephas antiquus Falc., Rivinoceros hemitoechus Fale., Rh. lepto- rhinus Cuv., Tapirus sp., Antilope sp., Lagomys sp.
1) Elephas antiquus Falc. L'unica indicazione positiva ri- guardo alla presenza nella regione di cui parliamo dell’£. antiquus è quella già menzionata dal Cold (*), secondo il quale i stata trovata a Malafrasca presso Levane. Rimando a quel che ho detto più sopra a questo proposito; aggiungendo quì che i denti conservati nel Museo di Firenze non possono con certezza essere ascritti all’E. antiguus, al quale certamente rassomigliano; ma vi è piuttosto luogo di supporre che si tratti di una forma non peranco descritta. Altre località della Toscana che hanno fornito questa specie sono: i depositi post-pliocenici presso Livorno (breccia ossì- fera e Panchina); nonchè i dintorni di Arezzo. Nelle breccie ossi- fere del Monte Tignoso presso Livorno, come anche nell’Aretino questo Elefante si trova associato colla seguente specie di Rinoce- ronte, come nelle caverne ossifere dell’ Inghilterra.
2) Rhinoceros Merckiù Jacg. (Rh. hemitoechus Fale.). Ho par-
(1) <... elles ont les dimensions précises des dents du Cervus dama, auquel pour le moment je les rapporte ».
(?) Vol. II, pag. 673.
(3) L'Uomo fossile nell’Italia centrale. pag. 16.
58 C. I. MAYOR i
lato altrove di questa specie ('); qui basti il ripetere che nel Val | d'Arno superiore finora non ne fu trovato vestigia. La Mandibola del Museo di Pisa, sulla quale fondandosi il Falconer era disposto ad ammettere questa specie in terreni italiani, proviene delle » Sabbie gialle , presso S. Romano nel Val d'Arno inferiore. Visto il cattivo stato di conservazione non mi permetto altro giudizio che il negativo, che cioè certamente non si tratti del RY. etruscus. Mancano delle indicazioni più precise sul luogo dove essa mandi- bola è stata ritrovata. Confermandosi la supposizione del Falconer, si tratterebbe allora di una località post-pliocenica. Vi sono del resto anche altri indizi che questo orizzonte non manchi nei din- torni di S. Romano.
3) Levinoceros leptorkinus Cuv. pro parte. Anche riguardo a questa specie mi basti l'aver qui ricordato che nessuna delle colle- zioni surriferite la contiene del Val d'Arno superiore. Gli avanzi di quella località chiamati prima con questo nome da Falconer, furono poscia da lui attribuiti al &%. etruscus.
4) Tapirus sp. Questo genere, insieme con , Antilope ,, e » Lagomys ,, fu da me enumerato come facente parte della fauna del Val d'Arno, dietro all'autorità di Falconer, quantunque fin da quest'epoca non ignorassi che non sono rappresentati nelle col- lezioni.
Avanzi di Tapiro sono stati trovati, come vedremmo qui ap- presso, nelle ligniti di Casino. Inoltre mi fu fatto vedere qualche tempo fa, un frammento di Mandibola di Tapiro che sì trova in una collezione privata e che è stata rinvenuta nel tetto di una li- enite presso Castelnuovo di Garfagnana (Toscana). Finalmente il Museo dell’Accademia dei Fisiocritici di Siena possiede un altro frammento mandibolare di Tapiro, di provenienza ignota. Ecco tutto quello che posso dire dagli avanzi di questo genere rinvenuti in località italiane; visto lo stato incompleto di conservazione, non ho. il coraggio di pronunziarmi intorno alla od alle specie.
5) Antilope. Non conosco avanzi di Antilope provenienti del Val d’Arno superiore. Lo stesso si può dire della fauna pliocenica di Perrier nell’Alvernia che presenta anche molte altre analogie con quella del Val D'Arno superiore, e che contiene numerosissimi avanzi di cervi ma punti di Antilopi (?).
(4) Verhh. der k. k. geol. Reichsanstalt. N.° 2. 1874, pag. 30-32. — e Boll. del R. Comitato Geologico, anno 1874, N.° 3 e 4, p. 94-97. (?) « So wenig als Eichhòrnchen oder Kletterthiere in Steppen, oder achte
MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA 39
6) Lagomys. In località italiane non conosco la presenza di Lagomye che nella breccia ossifera di Cagliari e nelle ligniti di Casino ('); in ambedue le località si tratta del genere (0 sottoge- nere) Myolagus. Non è punto inverosimile che quest’ultimo abbia esistito nell'Italia anche all’epoca dei depositi del Val d'Arno su- periore, che è intermedio per il tempo fra il Casino e le breccie ossifere post-plioceniche di Cagliari; perchè mi pare aver meno probabilità d’ammettere una emigrazione e poi una nuova immi- grazione dello stesso genere in tempi posteriori. Quando verrà adottato un modo più ragionevole dell’attuale per impossessarsi dei tesori fossili del Val d’Arno, non c'è dubbio che anche questo genere e molti altri spettanti alla piccola fauna mammalogica ver- ranno alla luce.
Un poco più di famigliarità colle collezioni paleontologiche della Toscana mi permette fin d’ora di fare qualche aggiunta alla lista dei Mammiferi del Val d’Arno superiore, data nel Corso di Geologia dello Stoppani. Ecco gli animali che fino a quest'ora mi sono conosciuti.
Macacus florentinus Cocchi sp. Macacus ausonius n. sp.
Felis 3 sp.
Canis 2 Sp.
Ursus etruscus Cuv.
Mustela sp.
Hyaena Perrieri Cr. et Job. CH. brevirostris Aym?). Hyaena arvernensis Cr. et Job. Machairodus 3 sp.
Equus Stenonis Cocchi. Hippopotamus major Cuw. Mastodon arvernensis Croiz. et Job. Elephas meridionalis Nesti. Rhinoceros etruscus Falc.
Sus Strozziù Menegh. in coll.
Bos etruscus Falc.
Grabethiere in Waldern vorkommen, so scharf sehen wir heutzutage allerwàirts das Gebiet der Hirsche und Antilopen getrennt ». (Rittimeyer, Uber die Herkunft unserer Thierwelt. Eine zoogeographische Skizze. Basel und Genf 1867, pag. 34).
(4) Gli avanzi di Roditori nella breccia ossifera di Oliveto spettano ai generi Lepus ed Arvicola.
40 C. I. MAYOR — MAMMIFERI FOSSILI DELLA TOSCANA
Cervus dicranius Nesti Mss. Cervus ctenoides Nesti Mss. Cervus 2 Sp. Castor pheidens n. sp. Hystrix sp. Lepus sp. (Continua)
I TERRENI SUBAPENNINI
DEI
DINTORNI DI S. MINIATO AL TEDESCO
OSSERVAZIONI DI CARLO DE STEFANI
I dintorni di S. Miniato al Tedesco capoluogo di circondario nella provincia di Firenze, come le colline più basse del rimanente della Toscana, sono costituiti da sabbie e da argille che alternano fra loro in strati più o meno potenti e che si compenetrano a vicenda, tanto che spesso l'estremità di uno stesso banco è sab- biosa mentre l’altra estremità è argillosa. A cagione di questo alternare e del compenetrarsi degli elementi diversi costitutivi del terreno è facile dedurre, che dalla semplice diversità della loro natura non si può trarre un criterio per istabilire una classifica- zione delle epoche geologiche durante le quali essi furono depo- sitati. Nemmeno si può ritenere in modo assoluto che le sabbie denotino un deposito littorale e le argille un deposito d'alto mare, nè che la loro alternanza traduca la oscillazione del fondo, basso mentre si depositavano le sabbie, materiali più pesanti e che perciò le acque influenti non trasportavano lungi nel mare, appro- fondato, mentre si depositavano le argille, tenute per lungo tempo in sospensione dalle acque marine: infatti spesso vedonsi sabbie in luoghi che certo erano assai lontani dal lido, ed argille,
OSSERV. SUI TERRENI SUBAPENNINI DI S. MINIATO 44
dappresso a roccie che indubbiamente erano lido al mare plioce- nico, come avviene p. es. ad Empoli e verso Vinci ai piedi del Monte Albano. Del resto anche un abbassamento od un solieva- mento, benchè di qualche metro, alla base dei monti che forma- vano in gran parte le spiaggie de’ nostri mari pliocenici, non pote- vano bastare a produrre una distanza od una vicinanza tale dalla medesima da indurre cangiamenti nella natura dei depositi di un punto determinato. Onde spiegare a modo la causa della deposi- zione di quei diversi elementi nel mare pliocenico, conviene ricor- rere, naturalmente, alla qualità diversa degli elementi che vi erano trasportati dalle acque. terrestri, alle regioni donde queste provenivano ed all’ alternare delle piene e delle magre. I terreni eocenici circondanti nella Toscana il mare pliocenico, hanno for- nito per la maggior parte i materiali e i depositi marini di quel- le epoche; le sabbie gialle come le argille turchine sono derivate particolarmente dallo sfacelo del macigno, e tuttodì alla superficie di questa roccia dove è maggiore la esposizione alle intemperie, vedonsi produrre pell’ lione della medesima argille e sabbie simili a quelle marittime plioceniche. Or naturalmente i materiali più pesanti provenienti dallo sfasciamento delle roccie, trasportati al mare, verranno depositati non lungi dal lido ed i meno pesanti saranno trasportati a distanze maggiori nell'alto mare; però il trasporto dei materiali più pesanti fino al mare è subordinato a circostanze non ordinarie, di grandi pioggie, di piene, di acque im- petuose, ed in questi casi quei materiali possono essere tenuti in sospensione lungo tempo, ed essere depositati lungi dalla spiaggia anco podi ma, dall'intervento di correnti marine. Per lo contrario in tempi ordinarii, o dopo che il fiume abbia deposi- tati i suoi detriti in laghi od in lagune, l'argilla che sempre in maggiore o minore quantità è tenuta sospesa dalle acque, può alla fine depositarsi presso il lido medesimo: questi fatti costante- mente si verificano anche al giorno d’oggi nei nostri mari. Che spesso l’alternare delle sabbie e delle argille non riproduca se non l’alternare delle condizioni dei bacini idrografici, sembra pro- vato anche da ciò, che molte volte immediatamente sopra le sab- bie sono gli strati del legno e dei materiali più leggieri traspor- tati senza dubbio dalle piene dei fiumi e de’ torrenti, e posati sul fondo dopo il deposito dei materiali più pesanti. La regolare alter- nazione di tanti e tanti straterelli sovrapposti, di sabbie, di legni
49 DE STEFANI
e di argille potrebbe rivelarci una ben lunga istoria delle vicende delle stagioni e delle annate in quelle lontane epoche geologiche (').
(4) Se la distinzione fra le argille e le sabbie non ha tutta l’importanza geologica che le viene attribuita, ha però importanza tecnica ed agraria deri- vante dal vario carattere dei materiali, essendo le sabbie gialle facilmente per- meabili alle acque e più calcarifere, costituite come sono, specialmente le più grossolane, oltre che da granelli silicei, da grani e da ghiaiette di calcare; le argille turchine invece sono compatte, tenaci, non permeabili, e pregne di sali diversi e di sostanze organiche che le acque e gli agenti esteriori nemmeno con lungo lasso di tempo hanno potuto strappare a loro. Quinci ne derivano la diversa facilità e le diverse attitudini di cultura agraria secondo la qualità degli elementi chimici e secondo il modo di comportarsi rispetto alle acque atmosferiche. Di qui deriva pure la facilità e la solidità delle costruzioni, maggiore sulle sabbie che sulle argille, onde sulle sabbie sono fabbricate le città della Toscana aventi per base terreni pliocenici come S. Miniato, Volterra, Siena, Colle ec. Le argille poi, a quanto si dice, contribuiscono allo sviluppo della malaria specialmente là dove il suolo spoglio di vegetazione è più soggetto all’ alternare delle pioggie ed alle sferze del sole che lo mettono in ribollimento: come è noto le argille sono una sorgente continua di emanazioni putride e maligne derivanti dalla decomposizione degli infiniti corpi organici che vi morirono e vi rimasero sepolti mentre esse erano ancora un fondo di mare. Prove sensibili ed immediate dell’esistenza di questi prodotti di decomposizione organica, se ne possono avere parecchie; così calcinando in una storta le argille si svolge copia di gas mefitici e di carburi d’idro- geno, che sono quelli i qu impartiscono la calore turchina a tutto l’am- masso delle argille medesime. La stessa acqua pluviale dilavando superficialmente le argiile sulle quali scorre, trascina seco resti delle materie organiche e battendo e ribattendo nelle cascate e contro i sassi forma una schiuma a guisa del sapone, la quale dopo le pioggie resta visibile galleggiando in tutto il corso inferiore del- l'Arno, ed attesta la-provenienza delle acque dalle vallate secondarie al di sotto della Golfolina le quali appunto sono per la maggior parte scavate nelle argille plioceniche. Finalmente se dopo una pioggia che abbia penetrato alquanto il ter- reno si cala nelle buche e nelle fosse entro l'argilla, dove minore sia il movi- mento dell’aria, si appalesa sensibilmente il fetore di materie organiche e di gas solforati. Anche il regime della strade in molta parte delle provincie di Firen- ze, di Pisa, di Siena e di Grosseto, si risente della natura delle argille, poichè mentre le sabbie si lasciano penetrare dall’acqua che nel loro seno non ristagna, quelle sono ribelli ad assorbirla, ed assorbitala alquanto, non la lasciano penetrare in addentro laonde nel verno serbano una mota che dura fino a che non l’abbiano seccata cocenti raggi di sole. Ma pure le argille alla lor volta offrono dei vantaggi, poichè nelle vicinanze delle case coloniche vi scavano profonde cavità cui adducono per mezzo di fossi, gli scoli de’ campi e delle strade ne’ tempi di pioggia e così vi formano de’ serbatoi all’ aperto, in vernacolo delle pozze, dove l’acqua dura spesso tutta la state; in tal modo vien posto rimedio alla scarsità delle fonti per dar bere agli animali. Le fonti poi, ed i pozzi sono aperti alla base delle sabbie dove esse posano sulle argille, poichè l’acqua che goccia goccia stilla pei meati di quelle, scorre alla loro base e viene a radunarsi nelle cavità formate sopra di queste: perciò quando si scavi un pozzo nelle sabbie basta approfondarlo sino alla faccia superiore delle argille sottostanti; quando poi lo si. scavi in un piano di argille, è necessario forare queste e le sabbie sottostanti, sino
OSSERV. SUI TERRENI SUBAPENNINI DI S. MINIATO 43
Fra i principii minerali contenuti nelle argille e nelle sabbie di S. Miniato si possono menzionare il carbonato di soda, ed il sol- fato di calce o selenite. Il carbonato di soda forma spesso efflore- scenze ed incrostazioni sulle argille in certi luoghi esposti al sole, e durante i tempi asciutti. Il solfato di calce, o selenite, detto dai paesani vetro canino, è copiosamente sparso nelle argille come nelle sabbie: per entro a queste l’ho trovato non in cristalli ma in vene che irregolarmente traversano gli strati, e nelle quali le fibre del minerale sono come d’ordinario disposte perpendi- colarmente alle pareti; quivi, dovè esser lasciato da acque che lo tenevano disciolto e che filtrarono dopo la deposizione degli strati. Nelle argille, il solfato s1 trova invece in cristalli general- mente belli e grossi, geminati spesso a tre per volta, che sono stati studiati in parte dall’ Achiardi ('): le loro faccie più sviluppate e che danno la maggior lunghezza al cristallo sono sempre parallele alla direzione degli strati, e spesso nel loro interno si vedono dei grumi di argilla, o delle foraminifere ed altri materiali estranei che non si trovano nelle argille circostanti: talora si vedono dei minuti cristallini rivestire tutt’all’intorno frammenti d’ostraea 0 d’altre conchiglie. Le condizioni nelle quali giacciono questi cri- stalli, ed il trovarsi preferibilmente o sotto o frammezzo a strati legnosi, fanno supporre che siensi prodotti per reazioni chimiche in presenza della decomposizione di corpi organici. Altri mate- riali estranei contenuti nelle sabbie e nelle argille, ma più parti- colarmente in queste ultime, sono degli straterelli di legno più o meno carbonizzato. Impronte di foglie e frammenti di legno se ne trovano in più strati ed a diverse altezze, attestando la vi- cinanza alla terraferma o la esistenza di paludi, sebbene non vi abbia mai trovato altro documento che ciò confermasse; ma lo strato maggiore di lignite è nelle parti inferiori di que’ terreni e comparisce nel fondo delle valli p. es. nel fondo della Val d’Ensi e
a trovare la faccia di un altro piano argilloso impermeabile. In taluni luoghi poi si usa scavare nelle sabbie in varie direzioni, dei cunicoli che hanno la lunghezza financo di più chilometri e che radunano gli stillicidii cadenti dalla volta, facen- doli convergere per mezzo di condotti ad un solo fil d’acqua che viene portato ai paesi. Le acque però non sono mai affatto pure, e particolarmente quelle che sor- gono in vicinanza delle argille contengono disciolti in variabili quantità bicarbo- nato di calce, cloruro di sodio, solfato di magnesia, solfato di calce, solfato e car- bonato di soda e sostanze organiche. (4) A. D’Aehiardi, Mineralogia della Toscana Vol. II, pag. 363.
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nel basso della Val d'Elsa presso al Ponte a Elsa in un luogo detto le Fontine, presso le Grotte; quivi lo strato presenta lo spessore di circa due decimetri, e nel 1866 mentre era intrapresa la strada ferrata Senese ne fu tentata la escavazione mediante due o tre gallerie; ma il materiale non ha un grande potere calorifero, oltre di chè è inquinato dall’argilla e dalla sabbia e sopratutto è in troppo poca quantità nè v’ ha speranza che questa aumenti nei- l'interno, per cui non merita che si facciano lavori speciali per estrarlo dalle viscere della terra. Questa lignite si compone di frammenti di legno, di tronchi, di frutti di conifere, ammucchiati gli uni sugli altri e che furono depositati in seno al mare poichè negli strati che li racchiudono, insieme con qualche dente di R%/- noceros trovato al Ponte a Elsa, esistono frammenti di conchiglie marine ed individui del Buccinun duplicatum, del Cerithium spina etc.
Si trovano poi quà e là degli strati di ciottoli, meritevoli di essere studiati, spesso assai grossi, come p. es. alla sommità delle colline insieme con la rena grossolana detta sansino, a S. Quin- tino, a Coiano, Corniano, Capriano ec. e finalmente nelle parti in- feriori delle valli nel basso della Val d’Ensi e sopra il surramen- tato strato di lignite in Val d'Elsa. Li dissi meritevoli di essere studiati poichè per mezzo di loro si discopre quali sono i mate- riali dalla cui denudazione si formarono. Una certa uniformità si palesa quì a S. Miniato nella natura di questi materiali ai di- versi livelli ne’ quali si trovano, avendosi come è naturale una varietà maggiore lù dove i ciottoli sono più piccoli e ridotti allo stato di ghiaiette, poichè le loro minori dimensioni sono effetto del maggiore cammino percorso nel seno alle acque che li traspor- tarono da più diverse e da più lontane località. Può essere che ta- luni de’ ciottoletti derivino dalla catena metallifera, cioè dalle Alpi Apuane, dal Monte Pisano, da Jano o dalla Montagnola senese, ma io non ho mai trovato traccie di micaschisti, di anageniti, e di altre roccie che mi provassero in modo non dubbio la provenienza da quelle località che sono tutte assai lontane ed i cui detriti si trovano in altre direzioni. Ho trovato invece roccie provenienti dall’Apennino, ma non conoscendo bene tutte le località circon- vicine di questa catena non potrei dire da quali principalmente esse derivassero, per cui lascio ad altri lo scioglimento di tale questione. Questi strati ciottolosi sono però la continuazione di
OSSERV. SUI TERRENI SUBAPENNINI DI S. MINIATO 45
quelli della Val d'Elsa, della Val di Pesa e delle colline senesi, studiati questi ultimi anche dal Capellini (!), 1 quali tutti pale- sano la stessa derivazione Apenninica sebbene più quà e più là taluna qualità di roccia abbia predominio sull’ altra, secondo la natura delle corrispondenti pendici da cui derivano. Al Ponte a Elsa, il deposito de’ ciottoli sopra lo strato lignitifero è costituito di quarzo, di selce nera, di diaspro rosso, di arenaria grossolana e compatta come il macigno o la pietra forte, di calcare grigio come l’alberese o la pietra colombina e finalmente di una quarzite, gra- nulare, cristallina e grigio scura, il cui analogo non conosco nella Catena metallifera e che forse deriva pur essa da qualche strato Apenninico: come si vede, queste sono in generale roccie cretacee o tutt'al più eoceniche. Nell’alveo attuale dell’Elsa 1 ciottoli sono quasi della stessa natura, ma è a dubitarsi che invece d'essere strappati dai loro giacimenti originarii, lo sieno dalle stratifica- zioni de’ ciottoli già formati contenute nel terreno pliocenico, che la valle in tutta la sua lunghezza traversa. Nel deposito ghiaioso superiore, il quale vien detto volgarmente sarsino ed ha i carat- teri di una potente alluvione, sì trovano pure roccie appenniniche e queste stesse roccie ritrovansi nelle ghiaiette le quali compa- riscono in certi strati intermedii in più località p. es. in Val d’Ensi sotto il cimitero di Calenzano e nei colli della Val d'Elsa verso Poggio a Isola. I materiali di cui sono costituite quelle ghiaiette che ho esaminate sono: quarzo bianco, pietra silicea rossa, pie- tra silicea nera, diaspro verdastro, arenaria macigno compatta 0 grossolana, micacea, abbondante, schisto nero simile a quello che accompagna il macigno o la pietra forte, schisto verdolino decom- posto che si sfarina premendolo fra le dita, calcare alberese, cal- care nerastro marnoso forse cretaceo, calcare bianco, e finalmente serpentino diallagico che il mare sballottò e derivò da qualche pendice della catena serpentinosa. È legge semplicissima, che i grossi detriti circostanti alle spiaggie di un continente abbiano la natura delle roccie di questo continente, ancorchè più prossime sieno delle isole costituite da roccie diverse; infatti i continenti o le masse di terra maggiori hanno corsi d’acqua maggiori e più potenti, e producono copia più grande di detriti che sì pro- tendono maggiormente nel mare e che la vincono sopra i detriti in
(') Ne fù parlato nel Congresso di Siena del 1872.
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minor quantità derivanti da masse di terra più piccole: viceversa l'estensione maggiore dei detriti verso il mare può denotare, supplendo ad altri argomenti, quale fosse il continente o l’asse orografico nei tempi cui essì appartengono. Come nelle colline in- torno al Monte Pisano i ciottoli pliocenici sono formati dalle roccie delle Alpi Metallifere che erano l’asse continentale immedia- tamente vicino, così nel Fiorentino e nel Senese lungo il contraf- forte del Chianti derivante dall’Apennino è naturale che si trovino per estesa superficie ciottoli delle roccie di questa catena, ancorchè talune isole serpentinose o delle Alpi Metallifere fossero più. vi- cine. La presenza di que’ ciottoli può essere nello stesso tempo una prova di più, che l’Apennino in quell’ epoca già prevaleva sulle altre elevazioni e già era asse orografico importante nel- l’Italia (').
Però i materiali più importanti che gli strati argillosi o sab- biosi racchiudono, sono i resti di animali fossilizzati appartenenti alle diverse classi p. es. al mammiferi, ai pesci, al crostacei, ai molluschi, ai briozoi, agli echinodermi, ai coralli ed alle forami- nifere. Resti di grossi mammiferi si trovano di preferenza negli strati ciottolosi che denotano una minor lontananza dal lido; sono specialmente gli strati superiori del sansino che presentano il mag- gior numero di que’ resti talmente che potrebbero venire conside- rati come un grande ossario, e sono ben note a tale proposito, le
(4) Nei dintorni di S. Miniato, qualche volta, specialmente nel sansino, i de- triti sono semplicemente quarzosi e piecolissimi, onde formano una rena bianca adattatissima a rimpastare la calce e la quale anzi viene scavata a tale scopo in più luoghi, ad esempio a Calenzano: altre fiate, p. es. in Val d’Ensi, i granelli sab- biosi sono impastati da cemento calcarifero per cui si forma una arenaria, una spe- cie di molassa, tenera appena sia scavata, ma che all’aria indurisce, ed allorchè sia più compatta può servire qualche volta a costruire termini, capisaldi, bozze, ec. Quando il cemento calcareo è di gran lunga predominante si passa ad una vera e propria panchina come in Val d’Ensi e sotto la villa Bombardieri. Anche l'argilla stessa allorchè trovasi a contatto con grossi banchi di conchiglie si impregna del carbonato di calce prodotto dalla dissoluzione dei gusci delle conchiglie e diventa compatta a guisa di certi calcari marnosi che accompagnano la pietra-forte cre- tacea. Or qui, giacchè sono a parlare dei caratteri litologici delle roccie e della loro utilità pratica, aggiungo che le argille turchine in molti luoghi vengono sca- vate per farne mattoni, e potrebbero esserlo eziandio per la fabbricazione delle terraglie e delle porcellane essendo identiche a quelle di Montespertoli in Val d’ Elsa che vengono asportate in grande quantità per la fabbrica del Ginori: molte varietà di quelle argille poi, sarebbero adattatissime per il digrassamento o folla- tura delle lane, dei panni ec.
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alture di S. Quintino, Coiano, Capriano, Corniano, Calenzano ec.. Talora però anche nelle argille furono trovate difese di elefante, ossa e scheletri interi e p. es. ai Cappuccini nelle argille sovrap- poste ad alcuni banchi di Turritellae fù trovata una difesa di Ma- stodon la quale ora si conserva nel ginnasio di S. Miniato. Negli strati inferiori presso il Ponte a Elsa un cavatore di rena trovò un dente di A/mnoceros. Nelle argille poi si trovano particolar- mente resti di mammiferi marini, ed io stesso trovai delle ver- tebre di una balenottera nelle argille della Val d’ Ensi: in una vallecola sotto la villa Bombardieri sono tuttora in posto dei resti di uno scheletro verisimilmente appartenente ad una balena. I resti di pesci si trovano più raramente; io ritrovai soltanto delle piccole vertebre isolate negli strati al convento dei Cappuccini ed in Val d’Ensino, ed uno dei così detti palati di pesce negli stessi strati sotto il convento. Più frequenti specialmente nelle argille, sono 1 denti di squalo (Charcarodon) ed è facilissimo averne in quantità, oltre quelli che di propria mano si raccolgono, poichè i contadini, che li appellano spicchi di saetta, ne tengono conto, e, per non so quale curiosa idea derivante certo dalla loro forma appuntata come quella che il volgo attribuisce al fulmine, so- gliono porli sui davanzali delle finestre come talismano contro la folgore. I crostacei abbondano e sotto varii aspetti presentano le loro forme fossilizzate nelle sabbie ma specialmente nelle argille. Gli entomostracei sono frequenti nelle sabbie superiori presso Ca- lenzano: frequenti sono pure i granchi; di questi il più spesso non sono rimaste se non le chele, generalmente incluse in glebe elis- soidali indurite per effetto della materia calcarea concentrata in- torno a loro ed in quelle glebe esse stanno completamente na- scoste o appena sporgono per una estremità, onde non destano il sospetto della loro esistenza; ma se col martello avviene che si dia un colpo sur uno dei lati più stretti della gleba nel senso della sua maggiore lunghezza, schiudesi la pietra in due parti, e viene discoperta pulitamente la chela del crostaceo. Fra le altre località, quelle glebe fossilifere sono abbondanti ai Cappuccini verso il torrente Dogaia, inferiormente agli strati conchigliferi. Ma degni di nota sono gli individui interi e di non piccole dimen- sioni che ho ritrovati negli strati sotto il Convento dei Cappuc- cini sulla strada che va in Val d’Ensino; quei corpi stanno, pari pari, nella posizione nella quale morirono e colle loro estremità
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ritirate, entro l'argilla; ma il più delle volte sono essi pure coperti e nascosti da una veste indurita nel modo delle glebe suaccennate, che conviene rompere: anche presso Meleto si trovano fossili con- simili. Altre volte p. es. nella Valle di S. Angelo, sfaldando le ar- gille secondo i loro piani di stratificazione si trovano le impronte di piccoli granchi di specie diverse e talora dopo le pioggie se ne trovano i gusci perfettamente isolati e conservati. Briozoi di varii generi sì trovano nelle sabbie superiori presso Calenzano ed anche in Val d’Ensino e negli strati più antichi al Ponte a Ensi, a Pog- gio a Isola ed altrove. Gli echini si trovano quasi dovunque se si rompono i massi delle argille secondo i piani di stratificazione; più frequente che le placche ne è lo scheletro intero, compresso e deformato, ovvero l'impronta di esso segnata in rosso dall’ossido di ferro, od in nero intenso dalla materia organica od anche in giallo forse da zolfo o da ocra gialia. Fra i coralli è frequente negli strati intermedii, a S. Quintino, verso Canneto, Meleto, e Coiano ed in basso della Val d’Ensi, la Cladocora coepistosa. Edw. et H., la quale sembra formasse in queste diverse località uno scoglio o banco posato ora sulle argille, ora sulle sabbie, sem- brandogli indifferente la natura del fondo, e bastando forse una abitazione inferiore di qualche metro al livello del mare. In quel banco dimoravano varie colonie di piccoli molluschi univalvi, ad esempio di Typhis tetrapterus Mich., di Buccinum duplicatum, Sow., di Murex incisus Brod., ec. Negli strati superiori poi trovasi quà e lù qualche individuo di una nuova Lalanopkyllia affine alla B. concinna Reuss. Le foraminifere non sono molto abbondanti e di preferenza le trovai nelle sabbie a Calenzano ed in Val d’'Ensino ma delle specie di esse non ne ho determinata alcuna. Fra i cirri- pedi finalmente si trovano due o tre specie appartenenti al genere Balanus.
Più frequenti e più abbondanti di tutti sono i resti de’ mollu- schi che già il Brocchi padre della conchiologia subapennina ('), ed il Costa (£) studiarono in questi luoghi, e dei quali pubblicai un catalogo (*), 10 pure. Gli studii sulla loro distribuzione geogra- fica, sulla loro dimora e sulle loro varietà sono interessantissimi a
(!) Brorchi — Conchiologia fossile subapennina.
(?) O. G. Costa. — Osservazioni sulle conchiglie fossili di S. Miniato in Toscana.
(3) Fossili di S. Miniato in Toscana. Molluschi bivalvi ed univalvi (Bollettino ma- lacologico Italiano 1873.
OSSERV. SUI TERRENI SUBAPENNINI DI S. MINIATO 49 farsi nei terreni pliocenici poichè negli altri più antichi, quindi più compatti e più metamorfosati, i resti di quegli animali com- pariscono meno evidenti ed in stato meno naturale. Nell’epoca attuale poi non possiamo raccogliere se non quelle conchiglie che vivono alla spiaggia de’ mari o che vi sono gettate confusamente, e quelle che la draga porta seco dalle profondità: nei terreni plio- cenici invece abbiamo ampie superficie e grandi spaccati di un ma- re, pietrificato per così dire in tutti i suoi tempi successivi che vengono compresi ad una volta sola sotto i nostri occhi, onde vi sorprendiamo i molluschi nella loro stazione naturale; vediamo quelli rotolati ed ammucchiati dalle correnti litoranee e da quelle plagiche; vediamo quelli viventi presso le spiaggie e quelli viventi in alto mare; quelli che preferivano fondi e seni di mare diversi; quelli che stavano isolati e quelli che stavano in colonie, e pos- siamo conoscere in modo quasi completo le faune delle diverse località ed istituire utili paragoni fra di loro.
La conservazione della lucentezza e dei colori naturali nelle conchiglie è talora perfettissima specialmente in quelle conservate nelle argille. I colori meglio conservati p. es. nelle naficae, poi ne’ coni, nelle phasianellae, ne’ trochi, ne' cardii, nelle ostreae ec. sono quelli spettanti alla scala fra il rosso e il giallo forse perchè dovuti ad ossidi di ferro; anzi, che sien formati da sostanza mi- nerale meno dissolvibile che il carbonato calcare della conchiglia lo si vede da ciò, che quando il guscio è già alterato e calcinato, i punti colorati emergono rilevati sopra il resto della superficie che è stato assai più facilmente corroso e smangiato dalle acque. Talvolta i gusci conservati nelle argille hanno sulla superficie una tinta nera che svanisce colla calcinazione e ch'è cagionata dai carburi d’idrogeno rimastivi dopo la decomposizione della sostanza organica della conchiglia. Se negli strati accadde qualche pres- sione fuor dell’ ordinario o venne meno l’ equilibrio solito, le conchiglie furono depresse e deformate, senza però rompersi, ac- cennando così alla lentezza della compressione ed alla plasticità de’ materiali. Dove poi dei grani di sabbia si trovarono a contatto coi gusci, questi ne furono improntati quasi sempre, come accade de’ ciottoli di certe alluvioni e di certe roccie puddingoidi. Di rado, quando il guscio calcareo scomparve, rimase il nucleo della con- chiglia e soltanto nelle argille che furono solidificate dal carbo- nato calcare del guscio esterno disciolto. Questo sul modo di con-
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servazione delle specie, quanto alla loro distribuzione, in generale desse vissero nel luogo stesso nel quale stanno fossili oggidì, e di rado presentano segni di essere state rotolate e trasportate in balia delle correnti: qualche volta invece d’essere straportate le conchiglie è stato asportato e poi sostituito il terreno che le rac- chiudeva; ad esempio m' è occorso più d’una volta trovare in un letto argilloso delle bivalvi serrate ed in posizione naturale, riem- pite da un sedimento sabbioso giallo affatto diverso dal circo- stante argilloso; ciò vuol dire che quegli animali dapprima mori- rono e furono sepolti in un terreno sabbioso, di poi, cambiò la natura del deposito e spazzate via le sabbie, lasciatevi i materiali più pesanti cioè le conchiglie, vi si formarono invece strati di ar- gilla. In questo modo, come eziandio quando i fiotti del mare rincacciano verso le spiaggie materiali strappati dal nudo fondo o dagli strati molli di esso, può accadere che fossili di un terreno antico sien portati a racchiudersi in sedimenti più recenti o che animali meno antichi sieno sepolti in terreno assai anteriore ri- mescolato. Questo è accaduto ed accade a Livorno, specialmente quando viene artificialmente rimaneggiato il fondo presso il lito- rale; vi sì vedono cioè fossili pliocenici o post-pliocenici sprofon- dati ne’ fanghi littorali dell’epoca odierna, o specie viventi attual- mente, seppellite nel fondo o nel litorale argilloso post-pliocenico. Quasi tutte le specie vissero a colonie campando e lasciando le spoglie ciascuna poco lungi dal luogo dove stettero i progenitori: p.e. la Turritella vermicularis Broc., in tutte le valli ad oriente di S. Miniato forma un banco continuo che passa dalle sabbie alle argille: ora è compatto ed alto sino 2 a 3 metri, ora assai meno, nè l’ ho veduto quasi mai sparire; talora degli straterelli di questa stessa specie si ripetono varie volte successivamente per uno spes- sore sino di 9 a 10 metri come è in una vallecola sotto la villa Bombardieri. La Mactra Pecchiolu Lawley, negli strati più pro- fondi generalmente sabbiosi della Val d'Evola e della Val d’Ensi (rara essendo in Val d'Elsa), dove segna un orizonte sicuro, forma accumulazioni grandiose alte fino a 10 metri, alternate quando a quando da letti di sabbia o di argilla, e. per quanto mi sappia sinora, sta recisamente limitata in quegli strati non trovandosi nè più sotto nè più sopra di essi. Forse quello fu l’unico centro d'origine della specie, e se ciò è vero, sarebbe questa pure una riprova del come una catastrofe improvvisa, p. es. un muta-
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mento di clima, un cambiamento nella profondità o nella natura dei depositi ed in generale qualunque causa anche minima che rende impossibile la vita di una specie, la possa distruggere e fare sparire quando questa viva in una regione relativamente limitata donde niun individuo possa scampare. Al contrario le specie che vivono in maggiori estensioni di superficie è assai difficile che su- biscano contemporaneamente una identica causa distruggitrice sicchè durano per lunga serie di tempo, e ben si può dire, che la durata di una specie, e l'estensione di spazio che questa occupa stanno in ragione diretta fra loro. Così fra le specie da me tro- vate ne’ terreni di S. Miniato, che vivono attualmente oltre che nel Mediterraneo anche in mari stranieri, la maggior parte stanno pure fra le poche specie, da me trovate tanto negli strati superiori come negli inferiori e scendono fino all’ epoca miocenica, anzi ta- luna sino all’ eocenica. Il confino delle specie, cioè la loro agglo- merazione in centri determinati è cagione altresì che ne’ tempi pliocenici come negli altri, ogni seno di mare, per così dire, aveva qualche abitatore peculiare. Anche sur una superficie ristretta come può esser quella dei dintorni di S. Miniato, si vede questa specie prediligere un luogo e quella un’ altro; per cui le tante volte mal si crederebbe, sopra diversità di specie, fondare distin- zioni di epoche in strati che invece sono contemporanei. Devesi pure ricordare ciò che è stato detto a principio, cioè che quivi fra le argille e le sabbie non è regolare distinzione di epoca geologica nè può intendersi che esista una diversità ben decisa di deposizione litoranea o d’alto mare, perciò le conchiglie le quali stanno nell’uno o nell'altro di que’ terreni non possono dirsi a priori e per questo solo, più o meno antiche d'età, o litorali o pelagiche. Per quanto ho veduto, nemmeno si può esa- gerare l’importanza da attribuirsi alla distinzione delle specie se- condo la varia natura litologica del fondo o sabbioso od argilloso, dove esse camparono. Certe conchiglie p. es. la Gastrochaena du- bia Pen., l'ho trovate solamente entro il solido guscio di altre conchiglie come è lor costume; altre, p. es. la Pholas candida L., l’ho trovate in maggior quantità nelle argille che nelle sabbie; altre ne trovai più nelle sabbie, come le Ostreae, forse perchè offrivano una base più solida ad affissarvisi; ma non potrei dire d’averne ritrovata alcuna abitatrice esclusiva o quasi di quelle o di queste. Se i depositi sieno formati presso il lido, a poca
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profondità od in alto fondo, apparirà dalla natura delle specie, dall'aspetto loro che palesa se furono rotolate o più o meno smosse dalle acque, dalla presenza di ghiaiette ec. In generale gli strati superiori paiono litorali, i mediani formati sotto acque più alte ed i più antichi, a profondità maggiore.
Le specie di conchiglie fossili da me raccolte presso S. Miniato, sono 281, cioè 91 bivalvi e 140 univalvi; di queste 93 cioè 29 bi- valvi e 64 univalvi rembra che non vivano più oggidì nel Medi- terraneo nè in altri mari, la proporzione delle specie estinte ap- petto a quelle viventi sarebbe adunque circa del 40 per 100; ma pelle univalvi in particolare la proporzione sale al 45 per 100 mentre pelle bivalvi scende al 31. Delle 138 specie rimaste oggidì, oltre alle tante che vivono comuni al Mediterraneo ed a mari forestieri specialmente all’Atlantico Europeo, 10 se ne trovano esclusivamente in questi ultimi; cioè, una nel Mar Rosso, ed è l'Arca candida Gmel., una nei mari del Settentrione d'Europa cioè il Murex incisus Brod., e 8 nelle acque tropicali dell’ Atlantico sulle coste dell’Africa e sono la Tellina lacunosa Chemn., la Venus plicata Gmel., la Tugonia anatina Gm., la Cancellaria nodulosa Lamk. od hirta Broc., il Trochus obliquatus L., la Terebra pertusa Bast., la 7. ccuminata Bors., ed il Buccinum conglobatum Broc..
Prescindendo dai mari della costa Atlantica Europea, nei quali pella rassomiglianza del clima vivono moltissime specie di conchi- glie identiche a quelle del Mediterraneo quindi a quelle fossili de’ terreni più recenti d’Italia, il numero maggiore delle specie ancora viventi in mari stranieri identiche alle fossili suddette, è nei mari caldi ad occidente dell’Africa. Il numero delle specie rimaste ne’ mari Orientali Africani ed Asiatici è assai mi nore e le rassomiglianze sono incerte; questo è pure un argomento a supporre che nel tempo de’ fossili di cui parliamo fossero già se- gnati e spiccassero sempre più dalla parte d'Oriente i confini de’ mari, mentre le vie di comunicazione coi mari occidentali, pro- babilmente anco più ampie che ora non appaiano, permettevano da quel lato la diffusione delle specie sopra una superficie mag- giore. L'identità non dubbia di parecchie specie p. es. della Venus plicata, della Tellina lacunosa, della Tugonia anatina ec. viventi sulle spiaggie del Senegal e della Guinea, colle nostre fossili, è un argomento, da meritare assai considerazione più che non ne abbia avuta in passato, in favore dell'identità di altre specie in certi
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casi finora dubbii ed è quasi una garanzia che accrescenilo e per- fezionando le nostre cognizioni circa alle specie viventi in quelle località Africane, il numero di queste simili alle fossili italiane verrà aumentato. Quanto ai generi delle conchiglie, le Plewroto- mae, i Coni, e le Mitrae di forme sì svariate, le Cardiliae, le Te- rebrae, le Ficulae, i Buccinuli, le Niso, gli Strombi che oggidì non vivono più nel Mediterraneo .ma si trovano ne’ mari tropicali, fanno supporre pur essi una condizione di clima in que’ tempi, diversa dall'attuale. Questa volta, pei generi, le somiglianze co’ mari d'Oriente sono assai maggiori che non pelle specie, e tuttii generi sunnominati estinti poi nei nostri paesi si trovano da noi anco in terreni di epoche assai anteriori, allorquando esi- stevano ampie comunicazioni toi mari orientali pelle quali gli animali marini avevano modo di estendersi da una regione al- l’altra, continuando a vivere dopo allorchè queste regioni veni- vano separate, e perdurando nell’una di esse mentre -nell’ altra per le circostanze mutate a disfavore si spengevano.
Dalla proporzione delle specie estinte colle viventi, dalle specie de’ grossi mammiferi trovate ne’ luoghi circonvicini, dai generi e dalle specie delle conchiglie come le Arcae, i Pettini, le Pfeuroto- mae, 1 Cerithi, le Cancellariae ec. tutte qualità convenzionalmente caratteristiche del pliocene, ben si vede che i terreni di S. Miniato appartengono in modo non dubbio a quest’ epoca, e non può es- sere altrimenti poichè questi veramente sono fra quei terreni che gli autori hanno preso come tipi del pliocene subapennino. Però, dividendo gli strati in tre piani, superiore, medio ed inferiore, come io ho fatto e come si può fare con una certa naturalezza benchè si tratti di una altezza di strati limitata da 200 a 300 me- tri, si può trovare in ciascuno di quei piani qualche speciale ca- rattere. Negli strati superiori ai Cappuccini, a Calenzano ec. dove trovai 208 specie, essendovene solo 80 estinte, la proporzione di queste è del 58 per 100: questi strati sono più antichi degli strati di Vallebiaia studiati dal Manzoni, ne’ quali mancano le Terebrae, le Pleurotomae, ed altri generi frequenti invece a S. Miniato, e ne’ quali è ben minore la proporzione delle specie perdute. Negli strati medii che per la grande accumulazione de’ gusci della 7? ritella vermicularis, nel Catalogo de’ molluschi fossili bivalvi ed uni- valvi (Boll. Mal. It. 1875), ho appellato strati a Turritelle e ne' qua- li la fauna è quasi uniforme dovunque, la proporzione delle specie
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estinte alle viventi è in ragione del 44 per 100, ‘avendo trovato soltanto 67 specie viventi sopra 120. A questi corrispondono pro- babilmente in gran parte gli strati pliocenici del Bolognese, del Modenese, e quelli di Orciano e quelli superiori delle colline Senesi mentre gli strati d'Altavilla nel Palermitano paiono più antichi. Negli strati inferiori ho trovate poche specie, vale a dire solo 23: di queste, soltanto 11 non vivono più oggidì delle quali 2 paiono esclusive a questi terreni ('), e 9 sono abbondanti fin nel miocene più antico de’ bacini di Tortona, della Turenna, di Vienna e del Tago: (2) altre 12 poi, (*) se giungono fino all’epoca attuale, scen- dono pur tutte fino ai terreni già conosciuti per miocenici dove stanno fra le specie più abbondanti. Codesti strati, potrebbero adunque essere attribuiti con eguale ragione al pliocene come al miocene, anzi a quest’ ultima epoca geologica vengono, talora, rife- riti de’ terreni che hanno anche minore sembiante di appartenervi. Sedimenti marini rappresentanti del miocene esistono di certo alla base degli strati Subapennini nelle colline Senesi ed in Val d'Arbia come risulta dagli studii dell’Illustre Prof. Meneghini sulle fora- minifere e dall'esame delle conchiglie come l’Ostraea Boblayi ed altre, caratteristiche del miocene in altre località; ora è probabile che gli stessi sedimenti debbano ritrovarsi nella Val d’ Elsa, nella Val d’Era e nel basso delle altre regioni plioceniche Toscane. Però conviene osservare che, se la distinzione del miocene può esser fatta con apparente naturalezza in quelle località nelle quali non esiste la sovrapposizione del pliocene, nè può vedersi quindi il passaggio a terreni di quest'epoca più recente; nei terreni nostri invece dove questa sovrapposizione esiste ed il graduato passaggio è evidente, la distinzione, se par naturale come è di logica, fra gli estremi, è affatto arbitraria e convenzionale fra gli strati inter- medii onde può accadere ed accade che due geologi o paleontologi di autorità disputino fra loro, attribuendo uno al miocene qualcuno
(') Buccinulus D'Achiardiî De Stefani, Mactra Pecchioli Lawley.
(*) Avicula phalaenacea, Lamk., Cardilia Michelotti Desh., Arca Turonica Duj., Buccinum duplicatum Sow. (Vienna), Murex Hoòrnesi D’Ane. (Turenna), Strom- bus coronatus Defr., Pleurotoma exoleta Costa. (Tago), Cerithium tricinctum Broc., C. crenatum Broc..
(3) Panopaea glycimeris Born., Cardium edule L., Pectunculus glycimeris L., Arca diluvii L., Ostrea lamellosa Broc., Typhis tetrapterus Mich., Murex truncu- lus L., Cerithium doliolum Broc., C. spina, Partsch (scabrum), C. vulgatum Brug., Sigaretus striatus Serr., Dentalium dentalis L..
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dei nostri terreni che 1’ altro attribuisce al pliocene. Alla fin fine non sarebbe fuori di luogo dire quì, che più della distinzione fra pliocene e miocene fatta ne’ nostri terreni sembra naturale la de- nominazione unica di Subapennino e di epoca Subapennina data una volta ad essi, o, poichè quel nome esprime più la località che l'epoca, la riunione proposta dai geologi Tedeschi di tutti gli strati miocenici e pliocenici in un gruppo solo appellato Neogene o Terziario superiore, ben corrispondente nel suo insieme e nella sua durata al periodo dell’Eocene o Terziario inferiore. Del resto la incertezza e l’arbitrio che regna nell’assegnare al pliocene i limiti inferiori, ha luogo pure quanto ai suoi limiti superiori essendovi chi attribuisce a quell'epoca medesima terreni dove la proporzione delle specie estinte è appena del 5 per 100 od anche minore, e questo deriva perchè nemmeno a distinguere il pliocene dalla epoca pliostocenica, è posto un limite retto ed as- soluto come si farebbe per i periodi storici ma sono învece apposti dei limiti elastici entro i quali è permesso ad ognuno di vagare. Ma concludendo, come gli strati superiori di S. Miniato sono in- dubbiamente tipici del pliocene, così quelli inferiori di cui finora ho parlato si possono attribuire al pliocene inferiore, o neogene moderno, e per chi volesse abbellirsi di altre denominazioni al piano Messiniano di Mayer. Gli ammassi della Mactra Pecchiolti che sembrano estendersi in modo continuo verso il mezzogiorno serviranno probabilmente a far rinvenire gli strati esattamente corrispondenti a questi, nella Toscana più meridionale e più oc- cidentale.
Dopo aver discorso della deposizione di questi terreni e della loro epoca, è naturale il parlare del loro sollevamento e del modo di questo, e giù i profondi studi di Paolo Savi hanno chiarito l’ar- gomento ('). Il fondo del mare a cagione degli strati subapennini che si depositavano veniva mano mano riempito, poi era forse anche sollevato; alluvioni o correnti litorali subacquee denudavano le parti superiori dei depositi, sui quali si adagiava poi in modo non perfettamente concordante il sedimento alluvionale. Questo sedimento appellato sans:no, che siccome abbiamo detto altrove forma la sommità di tutte le colline a mezzo giorno di S. Miniato estendendosi del resto in più altre località della Val d’Era e della
(1) P- Savi. Dei sollevamenti avvenuti dopo la deposizione del terreno pliocenico nel suolo della Toscana. 1863.
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Val d'Elsa, si compone di rena e di ghiaie grossolane e contiene abbondanti resti di grossi mammiferi il cui studio deciderà se il sansino di queste località, sia pliocenico o post-pliocenico. Certo esso fù un deposito alluvionale derivato dalla prossima terraferma, ma per la massima parte almeno, si arrestò sotto il livello delle acque marine probabilmente presso il lido, poichè vi trovai talora commisti alle ossa de’ mammiferi, degli individui di Ostraea pu- silla e di Panopaca gljcimeris. Questo sansino rappresenta uno dei piani superiori del terreno Subapenino ed oltre a non trovarsi in concordanza perfetta cogli strati sottostanti, forma il termine più alto della serie loro non avendo sopra di se nè altre sabbie nè ar- gille. Il sollevamento finale pel quale gli strati Subapennini To- scani divenivano terra ferma e formavano poi le colline dove ora vediamo i loro spaccati, accadeva, come il Savi ha fatto notare, lungo una linea diretta da ponente a levante la quale traversa Volterra e Siena formando un angolo non molto lontano dal retto colle criniere Apenniniche, e giungendo a quanto pare anche di lù dalle colline del Chianti fino im Val di Chiana. L'malzamento non pare d'epoca anteriore al deposito de’ terreni Subapennini, poichè le cime come si è detto, ne sono costituite dai loro strati, ed ap- parisce continuato anco dopo il post-pliocene perchè gli strati post-pliocenici della Val di Chiana paiono averlo subìto: per effetto di esso, in epoca relativamente non antica, l'Arno avrebbe mutato il suo corso come hanno dimostrato i belli studii del Coc chi (!): nulla poi esclude che il sollevamento continui anche nell’epoca at- tuale. Per la diversità della direzione e per la diversità dei terreni sollevati, sembra si tratti di un sollevamento indipendente da ogni altro; ma pure non si può prescindere dai suoi rapporti col sistema di sollevamento Apenninico col quale lo si vede stare in rapporto come asse secondario di fronte ad asse principale o quasi come spina alla colonna vertebrale di un pesce. La più grande altezza raggiunta dagli strati lungo la linea da Volterra a iena, è siccome dice il Savi, dà 500 a 600 metri; però l'innalzamento totale di ogni strato in quella posizione, è da ritenersi maggiore assai, conciossiachè gli strati allo scoperto, sulla criniera segnata da quella linea specialmente nel Senese, sieno de’ più antichi del pliocene. Ciò significa che trovandosi quella regione nel punto della
(4) Ta Cocchi. L'uomo fossile.
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massima forza sollevatrice, probabilmente emerse prima, onde prima fù soggetta ad essere denudata e spogliata via via dei suoi strati superiori che invece sono rimasti negli altri luoghi più bassi della Toscana e che se colà pure fossero restati formerebbero la cima di colline elevate di certo più che 500 o 600 metri. Dai due lati opposti di quella criniera, acquapendono gli strati, inclinati da settentrione a mezzogiorno verso la Maremma ed il Lazio, da mezzogiorno a settentrione nella parte opposta verso Arno: l’an- solo dell’inclinazione, tanto più alla base dell’anticlinale è assai | piccolo come è facile figurarsi. Oltre al sollevamento nella dire- zione ora detta, gli strati subapennini ne subiscono un’ altro seb- bene d’importanza minore, nella direzione della Catena Apenni- nica, dalle pendici del Monte Albano a quelle del Chianti, come avviene ne’ terreni della stessa epoca che sono al di là dell'A pen- nino medesimo. Questo sollevamento che è la continuazione di quello che ha prodotto le criniere A penniniche e che tenderebbe a fare di quegli strati cintura alle roccie più antiche della Catena, impartisce loro una inclinazione verso S. 0. la quale combinandosi colla inclinazione perpendicolare impartita dal sollevamento Su- bapennino, condurrebbe senza dubbio negli strati un pendio in- termedio e diagonale ai segnalati: se nonchè essendo il solleva- mento Subapennino assai prevalente, la inclinazione da esso pro- dotta viene di poco disturbata dall’altro il quale però non cessa di essere palese a chi studii gli strati della Val d’ Elsa e della Val di Nievole. Quivi infatti gli strati suddetti sono addossati ad angolo sull’asse eocenico e cretaceo dell’Apennino e sì mostrano più elevati di quelli che sono più a ponente verso il mare. Nei dintorni di S. Miniato gli strati inclinano da E. S. E. verso 0. N.0. ma in generale con sì piccola pendenza, che ove non si considerino in grandi tratti paiono quasi orizzontali: per effetto di quella in- clinazione rimontando il corso delle valli, sia quella dell'Arno da ponente a levante, sia quelle perpendicolari dell’ Elsa, dell’ Evola, della Pesa ec. da settentrione a mezzogiorno, si passa da strati più recenti a strati mano mano più antichi. Sono a ripetersi per ultimo anche a proposito di questo sollevamento, le osservazioni fatte dallo Scarabelli sulle Alpi e sulla parte settentrionale del- l’Apennino ('), che cioè il corso dei fiumi è determinato dalle linee
(4) G. Scarabelli. Sulla probabilità che il sollevamento delle Alpi siasi effettuato sopra una linea curva.
5S DE STEFANI — OSSERV. SUI TERRENI SUBAPENNINI DI $S. MINIATO
de’ sollevamenti ed alla sua volta segna e riprova all’ osservatore la direzione di questi. Nella Toscana infatti, come nelle regioni sottostanti ai due citati sistemi montuosi, i corsi d’acqua che scorrono dai due versanti del sollevamento Subapennino sono perpendicolari alla linea del sollevamento piu volte citata. A mez- zogiorno la direzione delle valli è turbata dai numerosi solleva- menti di varia natura, vulcanici, o serpentinosi i quali hanno tormentata la Toscana meridionale ed il Lazio. A settentrione dove la superficie del suolo fu assai meno disturbata, la regola si manifesta in tutta la sua semplicità. Il sollevamento, dopo aver costretto l'Arno che prima traversava la Val di Chiana da settentrione verso mezzogiorno a rivoltare il suo corso salendo verso l'antica valle della Sieve per versarsi poi dove ora è la pianura fiorentina, ne segnò il corso inferiore dove esso è at- tualmente in direzione parallela al crinale subapennino e lungo la base di esso: tutte finalmente le principali valli confluenti del- l’Arno, che traversano gli strati Subapennini, e tali sono quelle della Pesa, dsll’ Elsa, dell’ Evola e dell’ Era scendono parallele fra loro dirette da S. a N. perpendicolarmente alla direzione del sol- levamento Subapennino ed al corso dell'Arno. È questa del resto una regola che si deve trovare verificata in qualunque solleva-- mento nel quale l’antichità e la lunga serie delle vicissitudini subìte non abbiano stravolta la semplicità delle cose, e nella varietà e moltiplicità delle circostanze è un effetto naturale della legge semplicissima di gravità la quale conduce le acque pioventi da una criniera a percorrere il cammino più breve per scendere il declivio sottostante.
DEI RESTI DI PESCI FOSSILI DEL PLIVCENE TOSCANO
NOPRA CDI ROBERLONEANISEM
—— OT:
Letta all’ Adunanza 31 Maggio 1874 a Pisa
E certamente con poco coraggio che io mi presento quasi per la prima volta a discorrere sopra a soggetti di Scienza Naturale, ma queste mie parole saranno poche e più che altro dirette a richiamare l’attenzione di persone più capaci e munite di corredo scientifico che io non sia sopra ad una località ricca oltre modo di resti fossili di Pesci.
Fù la giacitura fossilifera di Orciano scoperta e messa in evi- denza circa al 1846 dal mio più amico che precettore, Vittorio Pecchioli, che la intiera sua vita ha speso a prò degli studi delle cose naturali. Egli raccolse ricca collezione di conchiglie fossili, e molte ne rinvenne delle nuove o per la prima volta ritrovate in Toscana.
E neppure veramente nuova può dirsi questa località perciò che di resti di Pesci fossili vi si rinviene, perchè ancora dalle ri- cerche del Cav. Prof. Cocchi fu citata nel suo bellissimo lavoro sopra i Pesci Labroidi; e venne dal medesimo esplorata impin- guendo con le sue ricerche la collezione del Museo di Firenze. Nè il Prof. Meneghini, nè il Prof. d’Ancona la ignorano, e vi fecero in diverse escursioni bottino e ricerche scientifiche importanti. Io per ultimo, essendomi nelle ore d’ozio dato a fare raccolta di conchiglie fossili dal 1858 in poi, ho finalmente ritrovato im Orciano, non meno che in altre località toscane, molte ed impor- tantissime specie.
60 LAWLEY
Nelle ricerche fattevi ogni qual volta mi sì presentavano dei resti di Pesci fossili, li riponeva da parte, senza però la menoma intenzione di attendere al loro studio sentendo le mie forze molto al disotto del bisogno in materia così difficile e quasi nuova; e solo allora che per il venir meno delle novità conchigliologiche nei luoghi da me tante volte perlustrati e per l’aumentato numero dei resti di pesci da me raccolti e a me da altri inviati mi prese . vaghezza di attendere anche a questi, mi recai più volte apposi- tamente ad Orciano e in breve tempo vi feci amplia e importante raccolta. |
E certo val ben la pena di raccogliere ed ordinare i resti fos- sili dei pesci, in quanto chè lo studio loro non sia meno impor- tante di quello degli altri vertebrati; e ben a ragione Agassiz e Pitiot fecero notare la grande importanza di questi esseri vissuti fino dalle prime età del mondo, rinvenentisi in ogni terreno stra- tificato, e testimoni quindi delle vicende delle epoche remote. La presenza loro nei diversi strati della terra; la estinzione e com- parsa delle specie diverse; i termini di paragone più o meno palesi fra loro; il passaggio dei vari generi nei terreni di un età in quelli di un’ altra, tutto contribuisce a rendere al Paleontologo prezioso sì fatto studio, che gli porge non poca luce sui rapporti fra le specie e gli agenti che ne determinarono lo sviluppo, la diffusione, le variazioni e la morte.
Con una mole di materiali immensa non è difficile ritrovare dei resti assai ben conservati, da poter con un qualche studio e con un poco di pazienza giungere a restaurarli, e render loro la pri- mitiva forma; lo che non è così facile per i mammiferi, dei quali raramente avviene di avere degli scheletri intieri.
L'attimnenza e rapporto dei pesci con l’acqua, la loro organiz- zazione già assai elevata daranno sempre delle cognizioni utili e sicure sui vasti mari e laghi che già ricoprivano la terra in quelle lontane epoche. E facilmente potrà essere stabilito in molti casi dai resti di un pesce intiero, se viveva in alto mare o lungo il lido, se alla superficie o nelle profonde acque, o se viveva in un fiume od abitava in qualche lago.
L'esame dei resti fossili di un pesce sarà sempre dei resti di un essere intiero, e perciò sempre più preciso di quello dei resti dei molluschi, dei quali conservasi quasi sempre il solo guscio 0 conchiglia. Questi resti saranno sempre più istruttivi di quelli dei
DEI RESTI DI PESCI FOSSILI DEL PLIOCENE TOSCANO 61
rettili che in minor numero si rinvengono cominciando da terreni di epoca più recente.
La pelle, le scaglie, le pinne, le lische, le spine, le vertebre, le placche dermiche, le corazze dei pesci corazzati; gli Ichthyo- doruliti o lische ossose, che si trovano alle notatoje di alcuni Pla- coidi, i denti, le placche mascellari di alcuni di essi, e perfino lo studio degli Ictyotoliti od ossetti dell'organo dell’ udito saranno preziosi avanzi per il Paleontologo, e per essi potrà constatare e stabilire specie che esistevano in quelle epoche remote, e la relazione fra le specie tuttora viventi, e quelle dei terreni più o meno antichi.
Non ai resti di Conchiglie e di Pesci fossili si arrestano i pre- ziosi avanzi che questa località di Orciano fornisce, ma essa sommi- nistra ancora resti di Cetacei ed in discreta abbondanza. Fornisce pure una quantità di Iettili, di Chelonidi, non meno che resti fossili di uccelli e mammiferi; e di più molti avanzi di cose preisto- riche consistenti in resti fittili benchè molto danneggiati, freccie, ed altri lavori dell’ Uomo.
Questa ricchezza che in parte era già conosciuta, mi spinge oggi a richiamare la vostra attenzione, o Signori, su questa loca- lità ed il vostro concorso ed aiuto affinchè tanta copia e varietà di cose venga possibilmente messa alla luce e studiata, e con ciò si accresca l'elenco già assai esteso dei nostri resti fossili anche in questo ramo della Paleontologia, che si occupa dei Pesci.
Ed io che sono un semplice raccoglitore col vostro potente appoggio prenderò lena a tentare l'impresa.
Due sono le grandi difficoltà che i resti fossili dei Pesci pre- sentano allo studio.
La prima inerente allo stato in che si rinvengono nel nostro Pliocene d’ Orciano ed in quasi tutte le località terziarie, cioè con denti staccati per la massima parte dalle mascelle e sparsi quà e la, cosa che rende molto difficile il determinare le differenti for- me, che una medesima mascella può possedere; e questa difficoltà specialmente si fà sentire nei pesci cartilaginei; nei quali è ben difficile trovarli uniti assieme. E lo stesso avviene in molti pesci ossei nei quali spesso la radice non è infissa nelle mascelle; e così è delle altre parti che costituiscono un pesce. A questo inconve- niente in parte ho creduto di ovviare facendo tesoro di denti, di ogni forma e conservando insieme e talvolta anche riunendo fra
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loro quelli che supponeva appartenessero ad uno stesso in- dividuo. .
L'altra difficoltà non è che momentanea, e consiste nella man- canza di pesci viventi per fare i relativi confronti con i resti di pesci fossili, la quale mancanza sarà presto vinta quando i nostri Musei si saranno arricchiti di termini di confronto. Ed a ciò basta la testa con i suoi respettivi denti, un pezzo di pelle con scaglie e placche dermiche, gli aculei che vi si rinvengono sopra, non meno che qualche vertebra.
Ecco ora un elenco delle specie che io (quantunque dubitati- vamente per molte) ho già nominato, e che qui espongo senza la ben che minima intenzione di ritenerle per ben determinate; nè pretendendo a seguir per esse alcuna Classificazione.
NOTA DEI PESCI FOSSILI. Genere Notidanus. Cuv.
Notidanus primigenius Agass.
N recurvus id. n microdon id. uo gigas E. Sismonda.
e più 16 denti, che a questo genere si approssimano, ma con dif- ferenze tali che solo lo studio di essi e in special modo se fatto sopra un materiale più esteso potrà fornirci sicuro mezzo per de- cidere se debbano no qui annoverarsi.
Genere Corar Agass. 1. Corax. falcatus Agass.
A questo genere e specie molto dubitatamente riferisco tre soli denti, tanto più che Agassiz dice appartenere questa specie al terreno cretaceo, per cui non saprei se potesse mantenersi fino al Pliocene tanto più non esistendo dei rappresentanti viventi di
questo genere. Genere Galeocerdo. Mull. et Kull. Galeocerdo Egertoni Agass. sa aduncus id.
e più due altri denti, che potrebbero riferirsi per i loro caratteri a questo genere.
DEI RESTI DI PESCI FOSSILI DEL PLIOCENE TOSCANO 63
Genere Carcharodon Smith.
]. Carcharodon megalodon Agass. 2. di angustidens id. d. A productus id. 4 a sulcidens id. D. È tenuis id.
questa ultima specie sarebbe messa nella divisione che Agassiz fà dei Carcarias Cuvier. Ed oltre a queste forme, sempre dubitati- vamente indicate, ne possiedo altre 6 non attribuibili ad alcuna di esse. i
Genere Oxyrhna Agass.
J. Oxyrhina plicatilis id. 2. sE hastalis id. Di 5 xiphodon id. 4. Di tricodon id. 5. 3 Mantelli id. 6. n crassa id. Te a subinflata id. 8. È Desorii Id. 95 z leptodon id. 10. i, isocela E. Sismonda.
Oltre ai resti riferiti da me a questo genere possiedo altre forme diverse, che uno studio più profondo sopra un materiale di con- fronto più abbondante, potrà solo decidere se appartengano a nuove specie, o se le differenze loro dipendano dalla diversa posì- zione dei denti nella mascella.
Genere Lamna Cuv.
1. Lamna elegans Agass. Detta contortidens id. Su Bronnii ?? id. der Hopeil id. De cuspidata id. istat denticulata id.
Un gran numero di denti possiedo pure che si ravvicinano a que- sto genere per la loro forma, e qui pure resta a decidere se le differenze loro sieno specifiche o dipendenti dalla varia posizione nella mascella.
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Genere Denter. Cuv.
1. Dentex Munsteri Meneghini. In grande abbondanza si rinviene ad Orciano; ed è il solo di una determinazione sicura, la quale debbo alla cortesia e genti- lezza del Prof. Meneghini.
Genere Chimera Lin.
Possiedo molti e differenti denti, che sono da attribuirsi a questo genere, ma non ancora precisati; tanto più che Sir Philipp Egerton propone la divisione in due generi 1.° /schyodon, 2.° Ganodus, ed Agassiz propone un 3.° Psittacodon pel quale prende per tipo la Chimacra Mantilliv Agass.
Genere £daphodon Buckland.
Anche i resti di questo genere sono specificamente indeterminabili. Genere Scyllium. Cuv.
1. Scyllium sp.? A questo genere riferisco molti denti, dietro alcuni confronti di uno Scyllium stellare che possiede il Museo di Pisa.
Genere Scymnus Cuv.
1. Scymnus sp.? A questo genere credo pure di potere riportare numerosi denti, somigliantissimi a quelli che nell'opera di Odontografia di Owen trovo molto bene rappresentato di un individuo vivente, e se non erro, possiedo anche i denti della mascella superiore, ben dif- ferenti da quelli della inferiore. Ho pure altri piccoli ossetti di forma ben singolare che si trovano costantemente con essi denti.
Genere Myliobates Dumeril.
1. Myliobates angustidens, E. Sismonda. Ancora di questa determinazione non dubito punto perchè costa- tata dalla gentilezza del nostro Presidente Prof. Meneghini. Pos- siedo pure al meno altre quattro ‘placche dentarie referibili a questo genere, che per ora non azzardo nominare.
DEI RESTI DI PESCI FOSSILI DEL PLIOCENE TOSCANO 65
Genere Atobates Muller e Henle.
1. Atobates sp? A questo genere riferisco alcune placche dentarie, ma con molta incertezza.
Genere Lepidosteus Agass.
1. Lepidosteus sp? Alcuni frammenti di mascelle, denti, ossa, e squamme possono riferirsi a questo genere.
Genere Chrysophrys Cuv.
1. Chrysophrys Agassizii E. Sismonda. Una mascella inferiore con denti, può quasi certamente rapportarsi a questa specie descritta da E. Sismonda.
Genere Sargus Cuv.
l. Sargus sp? Alcune mascelle possono a mio credere rapportarsi a questo genere.
Genere Xyphias Art.
1. Xyphias sp? Possiedo una difesa e parte della mascella inferiore.
Genere Spherodus Agass.
i I. Spherodus sp? Molti denti, e mascelle da me raccolte credo possano appartenere a questo genere.
Genere Pharangodopilus Cocchi.
1. Pharangodopilus sp? Molte placche dentarie, che di questo genere possiedo, spero rap- presenteranno molte delle specie dal Cav. Prof. Cocchi descritte nella sua opera sopra i Labroidi.
E qui termina ciò che posso dire sulle mie determinazioni. Oltre a ciò ben 70 sorta di denti e più dieci mascelle io posseggo, che non riuscii nè meno a determinare a qual genere apparten- gono per le loro forme stranissime e nuove, almeno per me. Tra questi resti alcuni probabilmente appartengono a Rettili.
Dì)
66 LAWLEY. —- DEI RESTI DI PESCI FOSSILI DEL PLIOCENE TOSCANO
Superbi resti di un Delfino fossile sono provenienti di una lo- calità ad Orciano limitrofa, che presto resterà determinata per le cure del sig. Prof. Richiardi.
Denti di Pristiphoca occitana Gera stabiliscono secondo il mio amico sig. Major l'orizzonte di Orciano, simile alle sabbie marie di Monpellier (cioè Pliocene inferiore).
Ossa di Chelonide, con impronte e porzioni del loro guscio, possiedo di questa località non meno che un numero assai grande di ossa di Uccelli di ichthyodoruliti, spine e difese assai numerose. Molte placche e ben N.° 25 specie di differenti Ictyotoliti da me furono di là raccolti; e di essi un solo può riferirsi al genere Ombrina, e qui ringrazio il sig. Castelli che mi fornì il mezzo di confronto.
Questo certo non disprezzabile materiale, da me raccolto in questi pochi anni, attende, o Signori. il vostro concorso i vostri lumi, nè io dubito del vostro ajuto.
SULLA MTROLITE su E ANALGNA: DI PONAA
(COMI SANTA
— _ >= —--
NOTA DI ANTONIO D’'ACHIARDI letta all’adunanza del 81 maggio 1874
Nel gruppo montuoso, che comprende i paesi di Castellina Marittima, Pomaja, Santa Luce, Monte Vaso, Orciatico, Monteca- tini e Riparbella, luoghi celebri per le cave di alabastro da una parte, per le miniere di rame dall'altra, copiosa ed estesa è la formazione ofiolitica, che costituisce le massime elevazioni, e che con la sua varietà di rocce dà un'impronta speciale a questi monti, onde a ragione furono dal Savi compresi sotto la denomi- nazione di Catena ofiolitica 0 serpentinosa.
Quasi da per tutto le stesse rocce, quasi da per tutto s’incon- trano gli stessi minerali; la differenza sta solo nella copia loro assoluta e relativa; ma qui io non intendo intrattenermi a discor- rere di questi luoghi giù con sommo acume d’intelletto e profonda dottrina illustrati dai miei maestri; io qui altro non voglio che ricordare due specie minerali, che di recente ho trovate nell’ Eufo- tide o Granitone del Mulinaccio presso Pomaja, in una gita fattavi al primi di maggio col prof. Meneghini; le quali specie già erano note nel Monte di Caporciano presso Montecatini di Val di Cecina, ov'è scavata la celebre miniera cuprifera di questo nome.
Nelle vicinanze di Pomaja ha grande sviluppo la Serpentina diallagica, che in cime erte e dirupate si eleva molto al di sopra delle roccie sedimentarie; essa è poi qua e là intramezzata di masse più o meno potenti di Eufotide, sempre però ad essa subor- dinate; e fra l’una e l’altra roccia si presentano spesso singolari
68 D' ACHIARDI
filoni, a formare i quali sembra che abbiano contribuito ambedue, mostrando i caratteri loro con tanta maggiore evidenza nella, massa stessa del filone, quanto più la si osservi prossima a questa o a quella delle due pareti di contatto; onde può dirsi che si ab- biano due salbande, l'una ofiolitica e l’altra eufotidica.
Altri elementi oltre questi delle due rocce sembrano pure aver preso parte alla produzione di questa sorta di filoni, che oltre a noccioletti di serpentina non diallagica cupriferi, ci mostrano anche delle venuzze, piccole sì, ma frequenti, di Calcopirite, che ne rilega la massa disgregata; e di questa Calcopirite si ha pure un qualche segno nell’Eufotide stessa.
Tale è il contatto delle due rocce anche al Mulinaccio, ove si vede uno di questi filoni di contatto a rilegature auree metallifere, le quali peraltro anzichè di pirite di rame, sono di pirite di ferro. Dal lato industriale adungue nulla d’importante; non così per altro dal lato scientifico ; che là si osservano curiose modificazioni delle rocce, come il passaggio dell'Eufotide e della Serpentina in Steatite, e là trovansi cristalletti nitidissimi di specie minerali di origine posteriori all’ Eufotide, di cui non fanno parte essenziale e di cui occupano invece le screpolature; forse contemporanei alla conversione sua in Steatite, come facilmente s’induce dalla natura della roccia inalterata e dai prodotti dell’ alterazione.
L'una delle due specie da me osservate si presenta in aghetti prismatici, scoloriti, del tutto analoghi alia Savite, onde non du- bito sieno essi pure di Natrolite; l’altra in cristalletti trapezo- edrici è del pari una zeolite, l’Analcima; ma che essa sia magne- sifera, come l’analoga Picroanalcima di Montecatini, non si può che indurre dall’analogia della giacitura.
Abbiamo dunque da una parte della Labradorite (Saussurite) cioè un silicato di allumina, calce e soda, che si è convertita in Steatite, cioè in silicato magnesiaco idrato, perdendo quindi allu- mina, calce e soda; dall’altra la produzione di due minerali che sono appunto composti delle sostanze stesse perdute dalla Labra- dorite con aggiunta di acqua, essendochè infatti tanto la Natrolite che l’Analcima sieno silicati idrati di allumina e soda, con pic- cole dosì di calce, la quale in maggior quantità si ritrova forse in un minerale micaceo, somigliantissimo alla Margarita, che ivi pure sì osserva in immediata vicinanza, anzi sul contatto dell'Eu- fotide con la Serpentina.
SULLA NATROLITE (SAVITE) E ANALCIMA DI POMAJA 69
Di più vi ha dunque soltanto l’acqua, la quale fu certo non solo veicolo di nuovi materiali, non solo cagione dell’alterazioni delle rocce originarie, ma sì bene anche principalissimo agente della produzione di nuove specie. Dal basso è l’acqua che torna in su, ma non pochi minerali dei filoni, delle vene, delle screpola- ture sonosi formati, come nel caso nostro, a spese delle roccie cir- costanti, senza bisogno di ricorrere sempre al profondo laboratorio delle parti ime della terra; e il piesto esempio da me recato sembrami molto istruttivo.
K di fatti io ho creduto bene di notare la presenza di que- ste due specie nell’ Kufotide delle vicinanze di Pomaja non per importanza speciale, che esse abbiano in loro medesime, ma sì perchè con la loro natura di zeolite ci svelano l’azione dell’acqua tanto attiva nella produzione delle rocce, e perchè i fatti isolati di nessuna importanza a sè soli, l’acquistano e talvolta grandis- sima se trovano altrove, come è il caso presente, termini di paragone. |
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI
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Memoria presentata dal prof. ANTONIO D’ACHIARDI alla società toscana delle Scienze Naturali nell’ adunanza del dì 81 Maggio 1874.
Fino dal 1868 io riceveva dal prof. Torquato Taramelli molti polipaj fossili del Friuli e in special modo di Cormons, Brazzano, Rosazzo e Russitz con preghiera di determinarne la specie. Gli esemplari raccolti da lui medesimo e per la massima parte in buono stato di conservazione invogliavano allo studio, e fin d’al- lora mi accinsi a ordinarli e a determinarne i migliori. A quei primi altri se ne aggiunsero di poi per mezzo dello stesso Tara- melli e del professore Pirona, che ebbe pure la cortesia d’in- viarmi i coralli fossili da lui posseduti di questa stessa regione; onde per i molti esemplari lo studio loro andò mano a mano ampliandosi e ad acquistare per ciò sempre maggiore importanza.
Frattanto nel 1869 il professor Taramelli pubblicava negli atti dell’Accademia di Udine una memoria Sulla formazione eoce- nica del Priuli, dalla qual memoria appariva come nel Friuli fossero rappresentate tutte tre le comuni divisioni dell’ eocene, superiore, medio e inferiore; e come i polipa]) a me inviati per la determinazione appartenessero all’eocene medio composto dei se- guenti membri.
a Strato superiore a echinodermi, roccia calcareo-marnosa e di aspetto brecciato.
b Una serie di terreni comprendente i banchi madreporici e composta di vari strati.
Da quest’ultimo piano provenivano dunque i polipaj a me inviati, e ivi giacevano nelle marne e nelle arenarie e non già
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI 71
nelle pudinghe quarzose nummulitiche che unitamente a quelle fan parte di questa medesima formazione.
Insieme alle considerazioni geologiche il Taramelli pubblicava una nota delle varie specie fossili da lui determinate, le quali per la natura loro confermavano pienamente le sue deduzioni strati- grafiche; e da queste non discordavano le determinazioni da me fornitegli delle madrepore di questi stessi luoghi e da lui pubbli- cate in questa stessa memoria. Ma io non feci allora che comuni- care al Taramelli pochi nomi di specie note che potessero servire a stabilire la cronologia; delle specie nuove non feci parola; di al- cuna non detti la menoma descrizione; ond’ ora ho stimato oppor- tuno descrivere ampliamente questa bella e istruttiva fauna, che ornò di vaghissimi atolli i mari italiani di quei tempi lontani; ed è questa descrizione che ho l’onore di presentarvi, o signori, che mi prestate benigna udienza.
Ed incomincio subito a descrivere le molte specie, principiando dai polipaj semplici e riserbando alla fine le considerazioni pa- leontologiche e geologiche che ne saranno il corollario.
NE ONONA Ri
Fam. Gorgonidae.
Isis sp.
Frammenti indeterminabili. Giacitura. — Bosco di Brazzano.
ZIO NUBI MADREPORARIA APORA |. Simplicia. fam. T'urbinelidae.
Trochocyathus Taramellii, m.
Raven 1a. Polipajo al naturale. — 1b. Calice del medesimo al naturale. — 1 c. Idem ingrandito. — 1 d. Coste ingrandite. — 1 e. Coste, mu-
raglia e porzione di setti vedute di profilo.
Polipajo diritto, corto, cupoliforme pedicellato o affisso per una base ristretta. 36 coste alternativamente disuguali, le maggiori
72 D' ACHIARDI
essendo denticolate. Calice circolare. 4 cicli incompleti di setti pari in numero alle coste. Columella fascicolare a superficie papil- losa molto sviluppata. Più corone di pali evidentissimi, i mag- giori e più esterni dei quali corrispondono ai setti del terzo ciclo.
Fra i vari Trochocyathus più che agli altri si avvicina al Tr. cupula M. Ed. e H., dalla quale specie differisce principalmente per le coste dentate e la base stretta; ma siccome di quest’ ultima mal si giudica nel nostro esemplare ivi appunto un po’ sciupac- chiato e delle coste non ho da fare il confronto che sulla figura data dal Roault (Mem. Soc. géol. France ser. 2, tom. 3, pl. 14, fig. 2), così potrebbe anche darsi che nuovi e migliori esemplari m'inducessero a riunire in una i due polipaj, che per ora ho cre- duto bene di mantenere distinti.
Giacitura — Russitz presso Cormons.
Trochocyathus aequicostatus.
Strombodes® incurvus, Catullo (Terr. sedim. Venezie 1856, pag. 37, tav. 3, fig. 14).
Parasmilia aequicostata, De Schauroth (Verzeichn. d. Verstein. im. h. miner. Cabin. zu Coburg. 1865. pag. 188, tav. 6, fig. 4.
Coelosmilia acquicostata, D'Achiardi (Coral. foss. Alp. venete, 1366. tav ie,
Trochocyathus aequicostatus, Reuss (Foss. Anthoz. d. Schicht. v. Cro- sara, 1869, pag. 15, tav. 27, fig. 6-9).
Reuss aveva ragione nel riunire questa specie al genere Tro- chocyathus; di fatti in alcuni esemplari tanto dei terreni eocenici vicentini quanto di questi del Friuli mi è riuscito scorgere veri e propri pali, e gli spazi intersettali non sono mai completamente chiusi.
Taluni individui acquistano spesso considerevole sviluppo, onde se non fossero i termini di passaggio saremmo indotti a conside- rare gli estremi come di specie diversa.
Questa specie ha molta analogia col Trockocyathus conulus, M. Kdw. del gault del dipartimento dell’Aube (Francia), della quale specie ho veduto alcuni esemplari somigliantissimi ai nostri, che sono senza dubbio la stessa cosa di quelli di Sangonini di Lugo.
Giacitura — Rosazzo (frequentissimo). Brazzano (id). Cormons, Russitz.
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI 75)
Trochocyathus Van-den-Heckei.
Turbinolia bilobata (pars) Michelin. Icon. zooph. 1346. p. 269, pl. 61, fix.V(momn 62 fis. b).).
Trochocyathus Van-dèn-Heckei, J. Haime (Mem. Soc. géol. Fran- cesds02,iser. 20m. Ap 280,0 pli.022: fig 2!
Tr. Van-den-Heckei. D’Archiac et J. Haime (Déser. des anim. foss. de l’ Inde. 1853, pag. 184, pl. 12, fig. 3.
Esemplari identici a quello effigiato da Haime e da D'Archac.
La specie è comune nei terreni eocenici di Palarea, Sinde e di Via degli Orti nell’Asolano.
Giacitura — Rosazzo a oriente dell’abbadia. Brazzano.
Trochocyathus? cyelolitoides?
Turbinolia cyclolitoides, Bellardi (Not. manoser.).
Turbinolia cyelolitoides, Michelin (Icon. Zooph. 1840-1847, pag. 268, tav. (01 fio 090)
Trochocyathus eyclolitoides. J. Haime (Mém. Soc. géol. France 1852, ser. 2, tom. 4, pag. 280).
L'unico esemplare è in forma di polipajo convesso al di sotto e terminato inferiormente con pallottolina d'attacco. Coste alter- nativamente disuguali, distinte fino dalla base, in N. di 150 circa, finamente denticolate e riunite da esilissimi cingoli esotecali. Ca- lice perfettamente circolare. Setti numerosissimi. 5 cicli completi e molti di un sesto, tutti svilppatissimi, fitti e poco differenti fra loro. Altezza del polipajo 12."", larghezza del calice 20-21.°"
L'esemplare descritto somiglia moltissimo ad alcuni esem- plari, che il Museo di Pisa possiede di Palarea col nome di 7Yo- chosmilia fimbriata, M. Edw. e H., e per vero dire non potrei escludere il caso che appartenga a questa piuttosto che all’ altra specie, cui fu da me ravvicinato. Il cattivo stato di conservazione del calice e l’essere unico l'esemplare, onde non voglio romperlo per istudiarne l’interna struttura, non mi consentono un più si- curo giudizio; comunque sia non si tratta di specie nuova, ma tanto per l’un caso che per l’altro di specie cognita per gli stessi terreni, essendo la Trochosmilia fimbriata propria di Palarea e il Trochocyathus cyclolitoides trovandosi oltre che a Palarea stessa, anche nei sedimenti corrispondenti di San Giovanni Ilarione su quel di Vicenza.
WA a D' ACHIARDI
Finalmente potrebbe anche darsi che sì trattasse di un giévane individuo di Tyocosmilia corniculum M. Edw. e H., ma anche in questo caso si avrebbe sempre a che fare con i medesimi terreni.
Giacitura — Rosazzo.
Trochocyathus sinuosus.
Turbinolia sinuosa, Brongniart (Mem. sur les terr. calce. trapp. d. Vi- centin 1823, pag. 83, pl. 6, fig. 17).
Id. Leymerye (Mém. Soc. gécl. France 1848, ser. 2, pl. 13, fig. 7-8).
Trochocyathus sinuosus, M: Edw. e H. (Hist. des Corall. 1857. T. II.).
Di questa specie di cui dettero pure la figura illustrativa Mi- chelin e Reuss nelle opere sopraccitate io m’ebbi un unico esem- plare dal prof. Pirona di Udine. Questo Trockhocyathus, che non sempre riesce facile distinguere dal Trochocyathus Vanden-Heckei sopra descritto i caratteri in alcuni casì essendo intermedj fra questo e quello, trovasi pure a Sangonini ( Vicenza), a San Gio- vanni Ilarione (id.), a Palarea e a Corbiéres.
Giacitura — Brazzano.
Trochocyathus concinnus ?
Trochocyathus concinnus, Reuss (Die foss. Anthoz. d. Schicht v. S. Giov. Ilarione 1873, S. 5. Taf. 37, Fig. 2).
Esemplari mal conservati e che con dubbio riferisco a questa specie, essendo identici ad altri pur mal conservati di San Gio- vanni Ilarione, che a nessun'altra specie meglio che a questa stessa ho potuto ravvicinare.
Non vi si scorgono lamelle endotecali nè meno in una sezione levigata.
Giacitura — Rosazzo e Brazzano.
Smilotrochus incurvus
Smilotrochus incurvus D’ Achiardi (Coral. foss. Alp. Venete, 1866, passi9) tav 2 LA. Id., Reuss (Op. cit. 1873, S. 6, Taf. 38, Fig. 9-10.).
Esemplare mal conservato, ma da quel che rimane sembra potersi riferire allo Smilotrochus incurvus, m. di San Giovanni Ilarione.
Giacitura — Rosazzo.
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI 15
Paracyathus Spinelli?
Paracyathus Spinellii, D’Achiardi (Cor. foss. Alp. Venete 1866, pag. 19 tav. I, fig. 4.).
Due mal conservati esemplari appartengono a questo genere, come ne fanno fede la larga base d’affissione, la columella, i pali e altri caratteri generici. La determinazione specifica per altro nè è impossibile e solo si può dire che fra le specie conosciute sem- brano ravvicinarsi più che alle altre al Paracyathus crassus, M. Edw. e H. di Bracklesham-Bay o meglio al Paracyathus Spinelli, m. di San Giovanni Ilarione, due specie eoceniche, all'ultima delle quali io gli ho difatti ravvicinati.
Giacitura — Russitz presso Cormons.
Flabellum? cuneatum?
Turbinolia cuneata, Goldfuss (Petref. Germ. 1826. S. 53, Taf. 15, Fig. 9.). Flabellum cuneatum, M. Edw. e H. (Ann. Sc. Natur. 1348, ser. 3, tom. 9. pag. 260.).
Pochi e mal conservati individui. Giacitura — Rosazzo, Brazzano.
Flabellum sp.
Frammento riferibile alla divisione del genere Flabellum, le di cui specie hanno le muraglia con creste tanto sulle facce che sui lati. Somiglia, salvo minor compressione nel nostro, al Flabellum multicristatus Reuss del miocene di Lapngy nell’Impero Austriaco.
Giacitura — Rosazzo.
Fam. Astraeidae.
Placosmilia elliptica, m.
Davhfio.27 2 a. Polipajo al naturale. — 2 b. Calice del medesimo. — Porzione di calice ingrandito. — 2 d. Sezione nella parte inferiore del polipajo per
mostrare le traverse.
Polipajo semplice, compresso, libero, pedicellato e curvato obliquamente nella parte inferiore. Coste numerose; 24 maggiori
46 D'ACHIARDI
delle altre costituite da grosse lamine crestate e a margine ta- gliente. Fra ciascuna coppia di queste coste crestate per il solito se ne inseriscono successivamente a seconda dell’ ordine loro altre tre minori, la maggiore delle quali è pure crestata e in minime proporzioni si può dire essere tali anche le altre ‘0 minori. Verso la base sono le coste ricoperte da un sottile epitecio, che manca per il solito o è solo in brandelli nella parte superiore. Calice ellittico, onde il nome, standone i diametri come 1 a 2; assai profondo. Setti smarginanti in numero pari alle coste; 24 maggiori grossi, robusti e poco diversi fra loro arrivano fino all’asse calicinale occupato da una esilissima e molto estesa columella lamellare.
Fra ogni due di questi setti maggiori per il solito ne sono altri tre più o meno sottili a seconda dell’ordine loro e talvolta compa- risce pure un qualche piccolissimo setto del sesto ciclo. Traverse endotecali abbondanti.
Questa specie a prima giunta somiglia molto alla Parasnilia (Ceratotrochus M. Edw. e H.) erarata di Palarea e che s'incontra pure nelle marne eoceniche corrispondenti di Via degli Orti (Asolo); ma mentre negli esemplari di quest’ultimo luogo la columella è indubitatamente spugnosa e mentre, se non m’inganna la fossi- lizzazione, è a credersi sia anche tale negli esemplari di Palarea; in questi di Rosazzo è incontrastabilmente laminare e per essi non havvi alcun dubbio che non si tratti di Placosmilia, assai so- migliante anche ad alcune dei terreni cretacei.
Giacitura — Rosazzo.
Placosmilia italica, m. Tav. ig:
8 a. Polipajo al naturale. — 3 b. Calice del medesimo. — 8 c. Porzione di calice ingrandito.
Polipajo semplice, libero, compresso, sottile verso l'estremità inferiore, che termina in punta e presso la quale appena appena si ricurva nella direzione dell'asse minore del calice. Questo è in forma quasi ellittica apparendo un poco sinuoso nel mezzo; i dia- metri ne stanno come 2 a 1, e l’asse maggiore è più basso del minore. Cavità calicinale mediocremente profonda. Coste semplici, numerose che nell’esemplare maggiore effigiato arrivano al nume-
DO
ro di 130, fra loro disuguali. Ventiquattro maggiori si dipartono
CORALLI ECCENICI. DEL FRIULI Cari
fino dalla base, le altre successivamente a seconda dell’ordine loro mantenendosi però sempre meno rilevate di quelle prime, fra cia- scuna delle quali se ne inseriscono tre e alle volte quattro e anche cinque, e in tal caso le coste di quarto ordine intermedie alle altre quattro acquistano verso l'orlo calicmale considerevole sviluppo, quasi uguale alle prime 24 coste. Un epitecio poco sviluppato e
uasi rudimentale copre in sottili fasce nelle parti superiori le coste, fra le quali scorgonsi pure le traverse esotecali. Cinque cicli completi di setti; un sesto incompleto e solo sviluppato in alcuni sistemi. Ventiquattro setti più estesi degli altri arrivano all'asse del calice, ove appariscono un poco ingrossati e ripiegati. Fra cia- scuna coppia di questi setti maggiori per il solito stanno soltanto i tre setti del 4.° e 5.° ciclo, il mediano dei quali setti, quello cioè del 4.° ciclo, essendo più sviluppato degli altri due. Non di rado però si hanno anche i primi setti di un sesto ciclo, quelli cioè di 10.0 e 11.° ordine ossia 1. e 2.9 di questo stesso ciclo. Il margine dei setti è abraso, quindi non si può asserire che fosse integro, ma a giudicare di quel che resta al di sopra della muraglia, che sorpas- sano per unirsi alle coste, parrebbe di sì. I lati ne sono granulosi. Columella lamellare assai grossa e molto estesa nella direzione dell'asse maggiore del calice,
Giacitura — Rosazzo a oriente dell’Abbadia.
Un esemplare piccolissimo di Brazzano presenta molto più ri- curva la base, e poichè non so se ciò dipenda dall'età diversa o da differenza specifica, con un solo esemplare e senz’ altro carat- tere di distinzione io null’ altro posso che qui annoverarlo senza precipitare un giudizio.
Placosmilia strangulata, m. Tav. I, fig. 4.
4a. Polipajo al naturale. — 4 b. Calice del medesimo. — 4 e. Porzione di calice ingrandito.
Polipajo pochissimo compresso, molto più lungo che largo; curvato verso la base nella direzione dell'asse maggiore del ca- lice. Presenta numerosi rigonfiamenti e solcature circolari (onde nome) ed è molto assottigliato in punta verso l'estremità in- feriore. Calice poco profondo, largamente ellittico, standone gli assì nel nostro unico esemplare come 18 a 9. Coste nude, gra-
78 D' ACHIARDI
nulose, molte e fitte, avendone contate 98 di varia grossezza e lunghezza. Quelle dei primi tre cicli si dipartono fino dalla base o almeno in grande prossimità; le altre si intercalano ad esse a se- conda dell’ ordine loro, le ultime apparendo solo in vicinanza del calice, ove le prime ventiquattro mostrano uguale grossezza e ove sono pur molto sviluppate quelle del 4.° ciclo non che le ultime quarantotto del 6.9. I setti sono 48, con differenza nella relativa grossezza molto più sensibile. Quelli dei primi tre cicli quasi uguali arrivano all'asse del calice, ove taluno si ripiega nella direzione della columella; quelli del 4.° ciclo sono molto più sottili e meno estesi, gli ultimi o del quinto anche più piccoli e non pochi rudi- mentari. I lati ne sono granulosi. Coste e setti riunendosi fanno arco sull'orlo calicinale e in questi lembi smarginanti, per quanto lascia giudicare lo stato del fossile, non apparisce traccia di denti, ma sembra anzi non doverci essere mai stati. Columella laminare assai estesa nella direzione dell'asse maggiore del calice. Giacit. — Brazzano.
Placosmilia eocenica.
Placosmilia eocenica, Reuss (Die foss. Anthoz. Schicht. v. S. Giov. Ilarione und Roncà 1873, Taf. 38, Fig. 5, 8.).
Reuss dà il nome di Placosmalia eocenica a una specie, cui corri- spondono gli esemplari friulani, ma questa medesima specie da lui indicata con tal nome sotto la tavola litografica soprallegata è indicata invece nella descrizione col nome di Placosmilia bilobata.
Giacitura — Rosazzo.
Placosmilia lata, m. Mavi dfiovio:
5 a. Polipajo al naturale. — 5 b. Calice del medesimo.
Polipajo semplice, breve, irregolarmente conico, trochiforme. Coste disuguali collegate da cingoli epitecali. Calice espanso con fossetta calicinale assai profonda solo nella parte centrale. Sette cicli incompleti di setti, essendo un poco maggiori quelli del 1.° e 2.° ciclo, ma tutti però molto sviluppati, tranne quelli del 7.0 ci- clo, e fra loro strettamente stipati. I lati ne sono granulosi fino ai margini loro, che sembrano integri; che se tali non fossero po-
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI 79
trebbe essere il caso di una Cyathophyllia. Columella lamellare brevissima. Traverse endotecali fitte. Giacitura — Brazzano.
Trochosmilia corniculum.
Turbinolia corniculum, Michelin (Icon. Zooph. pl. 61. fig. 4-5). Trochosmilia corniculum M. Edw. e H. (ZZist. natur. des Corall. 1857, tom. II, pag. 156.).
Individuo adulto alto sette centimetri assai compresso nella parte superiore, identico per tutte le particolarità agli esemplari - di Palarea.
Giacitura — Rosazzo.
Trochosmilia Spadae? Menegh.
Con questo nome il professor Meneghini descrisse (non pub- blicò) un esemplare di Mortola presso Nizza, che sembra riferirsi alle Trochosmiliae. E a queste specie riporto un polipajo assai ele- vato, molto compresso e appena appena incurvato nella direzione dell'asse minore del calice. La base è troncata, nè se ne può giudicare; e quindi e per gli altri caratteri assai alterati dalla fossilizzazione l'identità specifica non può con tutta sicurezza es- sere stabilita.
Trochosmilia Pasiniana, m. L'avlisfagzio:
6 a. Polipajo al naturale. 6 b. Calice del medesimo. 6 c. Coste ingrandite.
Polipajo semplice, libero, compresso segnatamente nella linea mediana, cuneiforme, diritto. Muraglia nuda o appena ricoperta da qualche traccia d’epitecio. Coste numerose, distinte fino dalla base susseguendosi a più o meno di distanza da essa a seconda della loro età. Quelle dei primi quattro cicli più sviluppate delle altre spor- gono come piccole lamine a margine granuloso. Fra ciascuna cop- pia di queste 48 coste maggiori per il solito sono tre coste minori poco rilevate e risultanti da fitti e appuntiti granuli. In ciò sì ha perfetta analogia con la Leptazis bilobata m, con la quale a prima giunta si potrebbe confondere anche per la forma, ma dalla quale
80 D'ACHIARDI
poi differisce essenzialmente per la mancanza della columella. Degli esilissimi cingoli epitecali collegano di tanto in tanto le coste. Calice in figura di 8 (ved. fig. 6. b.) e poco profondo. Setti numerosissimi, smarginanti, granulosi sui lati, fessuosi e i maggiori un poco ingrossati verso l’asse calicinale, che è privo affatto di columella. Se siano dentati o no non si può giudicare perchè i margini ne sono rotti; se sì, come nulla osta che siano, sarebbe il caso di una Lepfophyllia non affissa. Traverse endote- cali evidenti anche nelle parti superiori delle logge intersettali. Questa specie, da me nominata in onore del defunto Lodovico Pa- sini veneto naturalista, trovasi anche nelle marne di Via degli Orti su quel di Asolo. Giacitura — Rosazzo a oriente dell’Abbadia.
Trocnosmilia cormonsensis, m. Taw.idofieooze 7 a. Polipajo al naturale. — 7 b. Calice del medesimo.— 7c. Porzione di costa ingrandita.
Piccolo polipajo benissimo conservato, molto compresso e che termina in sottile peduncolo ripiegato nella direzione dell’asse maggiore del calice e che sembra essere stato affisso per una sotti- lissima base. Coste distinte fino dalla estremità inferiore, sube- suali ('), granulose e senza traccia d’ epitecio. Calice ellittico (i diametri stanno come 1 a 2), mediocremente profondo. 5 cicli completi di setti smargimanti a margine integro, arcuato. 24 mag- giori degli altri e subeguali fra loro arrivano fino all'asse calici- nale, ove non scopresi traccia di columella. Quelli del 4.° ciclo son pure assai estesi, ma meno; e molto meno poi quelli del 5.°
Ha molta analogia con altra specie che in seguito descriverò, ma che ne differisce per essenziali caratteri.
Giacitura — Cormons, Russitz a settentrione della villa Germak.
Trochosmilia? Pironana, m. Manno
La. Polipajo al naturale. — 1 b. Calice del medesimo. — 1c. Porzione del calice ingrandito. Polipajo pediceliato, affisso per larga base, avente salvo le di- mensioni minori e la figura e apparenza del calice, la forma stessa
(4) Nella fig. 7 le coste maggiori appariscono un po’ esagerate.
CORALLI FOCENICI DEL FRIULI SI
di quello effigiato da Michelin sotto il nome di Tubinolia cernua (Trochosmilia crassa M. Edw. e H.) nella sua Zcon. zooph. pag. 286, pl. 66, fig. 1. Calice irregolarmente ellittico, profondo, a orli smer- lati. Coste numerose, disuguali e acutamente granulose. Sei cicli completi di setti, fitti, sottilissimi e portanti sui lati numerosis- simi, piccoli e appuntiti granuli. 24 di questi setti molto più svi- luppati degli altri giungono fino all'asse calicinale, che pur tal- volta sorpassano se pur non si ripieghino a destra o a sinistra. Questi setti maggiori corrispondono alle sporgenze dell’orlo calici- nale, e quelli dei primi due cicli alle maggiori di esse. Nè dentro al calice, nè in apposita sezione son riuscito a scorgere traccia di columella. In questa sezione trasversale si veggono i setti riunirsi fra di loro, quelli degli ultimi ordini ai precedenti, e per di più si veggono come interrotti non so se da Imee di frattura o da ca- naletti organici come nei Coralli porosi. Ma si tratta proprio di una Trochosmilia? Ecco la gran questione. Il calice molto pro- fondo, i setti non orizzontali costituiscono una differenza con le specie tipiche di questo genere; ma ciò non pertanto a nessuna altra fra le Eusmilinae ho saputo ravvicinare questo polipajo. — Ma è proprio un’ Eusmilna? Ecco una seconda questione che mi è impossibile di risolvere per la cattiva conservazione dei margini settali. E si potrebbe poi dimandare: ma non sarebbe forse il caso di una Trochoseris o qualche cosa di affine o piuttosto di una Eupsammia? Mi par di sentire che quì non è il suo posto, ma non ve la so togliere.
Giacitura — Cormons, Russitz a settentrione della villa Germak.
Trochosmilia?? elongata, m. Tav. asi
Polipajo al naturale
Ho dinanzi un grosso frammento di polipajo, che non so se Corallo semplice o composto. All’aspetto lo giudico semplice. Il polipajo rotto nella parte inferiore, mal concio nella superiore è molto compresso, onde i diametri di una sezione stanno presso a poco come 5 a 2 o 2 ‘/, centim. L'altezza del polipajo è indetermi- nata per la rottura, fu certo alto parecchi centim. restandone 8//,. Muraglia ricoperta di coste semplici e disuguali, Nella parte infe-
8
82 D ACHIARDI riore dodici soltanto, nella superiore 24 sono molto più rilevate delle altre, che quasi uguali fra loro e in N.° di 5 s’intromettano fra ciascuna coppia. Talvolta anzichè cinque quasi uguali fra loro se ne hanno tre bene sviluppate a due rudimentarie. Tutte sono granulose. Calice ellittico. Setti numerosi. Quelli dei tre primi cicli molto più sviluppati degli altri, che mal si contano, ma che probabilmente corrispondono in N.° alle coste. I maggiori presen- tano un forte ingrossamento verso l’asse calicinale, ove si toccano e ove manca ogni segno di columella. Tutti sono fittamente gra- nulosi e riuniti, almeno nella parte inferiore, da fitte traverse endotecali.
Che sia Trochosmilia dubito assai.
Giacitura — Brazzano.
Phyllosmilia calyculata, m. Dovete.
sa. Polipajo al naturale.— 3 b. Calice id. — 3 c. Porzione del medesimo ingrandita. — 3 d. Coste ingrandite. — 3 e. Altro polipajo al natu- rale. — 3 f. Calice del medesimo. — 3 g. Lato granuloso dei setti.
A questo genere istituito da E. De Fromentel (Paléonth. frane. Terr. cret. Zooph. 1862), e distinto dai due generi affini Lophosnulia * e Placosmilia per la biforcazione delle coste, ho creduto di dover riferire alcuni bei polipajetti contrassegnati dai seguenti caratteri.
. Polipajo in forma di bicchiere a calice, specialmente nell’indi- viduo minore, un poco compresso, diritto o appena curvato negli esemplari maggiori verso l’ estremità inferiore, presso la quale si assottiglia moltissimo, terminando poi con allargarsi in un’ ampia base d’affissione. Muraglia nude con qualche strozzatura. Sei o sette cicli incompleti di coste nei nostri esemplari, fini, granulose e pochissimo diverse fra loro tranne quelle dell’ ultimo ciclo, che sono esilissime e cui non corrisponde alcun setto nell’interno del calice. Le minori non s'inseriscono fra le maggiori, ma si dipar- tono da esse, onde si ha il caso di coste ramificate. Calice assai pro- fondo, irregolarmente ellittico con piccola insenatura mediana negli individui giovani e con più insenature negli adulti. Cinque cicli completi di setti smarginanti nel polipajo minore, 6 cicli scom- pleti nel maggiore, 24 dei quali setti aventi considerevole e presso. che uguale grossezza arrivano fino all’asse calicinale. Fra essi se
CORALLI EOCENICI DEL FRIULI | S5
ne intercalano tre minori, il medio fra questi tre essendo pure assai sviluppato di fronte ai setti degli ultimi cicli, che sono esi- lissimi. I lati di tutti sono coperti di grossi appuntiti e fitti gra- nuli. Columella lamellare.
Questa specie per la forma generale si assomiglia assai ad al- cune delle figure che De Fromentel dà della Lophosmilia cenomana (Paleonth. franc. Terr. cret. T. VII, livr. 7, pl. 15, fig. 2.); ma ne differisce per essenziali caratteri e sopra tutto per le coste non ramificate. | i
Loc. Cormons, Russitz a settentrione della villa Germak.
In un esemplare di Brazzano, che parrebbe potersì ascrivere a questa specie, per il cattivo stato di conservazione non son riuscito a scorgere columella e per ciò non ho creduto bene riunirla agli altri descritti sotto al nome di PhyMosmilia calyculata.
Phyliosmilia crassa, m. avo nd
Polipajo al naturale.
Differisce dalla specie precedente per la forma più tozza (onde nome) del polipajo. Del resto se non fosse per ciò e per la diffe- renza nel calice largamente aperto, quasi circolare e poco pro- fondo, l'esemplare di cui parlo non andrebbe distinto da quello pure effigiato (fig. 3 e) della precedente specie; con il quale con- corda per il numero, sottigliezza e ramificazione delle coste, non che per altri caratteri.
Questa specie ha pure una qualche analogia con alcune Lo- phosmitiae, dalle quali differisce solo per la ramificazione delle coste.
Giacitura — Brazzano.
Parasmilia Pironae, m. Bav.ieiodo:
Polipajo al naturale.
Polipajo semplice, fisso, allungato, ripiegato, assai compresso nella parte superiore e con segni manifestissimi di accrescimento intermittente. Coste rilevate, disuguali; varie in numero a seconda se in alto o in basso, poichè le più, sempre meno rilevate, vanno mano a mano inserendosi fra le maggiori e nei primi tratti appa-
84 D' ACHIARDI
riscono come tante piccole crestarelle l'una dall'altra separate. Quel che contrasta con la semplicità del polipajo sono due o tre gemme laterali; ma io non so loro attribuire altro valore che di un caso di mostruosità, d'altronde facile in polipaj ad accrescimento irregolare come le Parasmiliae. Calice quasi circolare a diametro di 15 centim. 5 cicli di setti disuguali fra loro, essendo quelli dei due primi cicli molto più sviluppati degli altri. Columella spu- gnosa. Traverse endotecali evidenti. Giacitura — Brazzano.
Coelosmilia forojuliensis, m. Tav Hiro,
6a. Polipajo al naturale. — 6 b. Id. veduto dall’altra parte col calice in parte sezionato. — 6 c. Coste ingrandite.
. Polipajo semplice lungamente pedunculato, affisso per sottilis- sima base, verso la quale è un poco ricurvo. Muraglia nuda. Coste semplici, dodici delle quali distinte fino dalla base. A queste se ne uniscono non lungi da essa altre dodici e così formano venti- quattro, che acquistano e conservano pressochè uguale grossezza e si mantengono distanti fra loro, quasi laminose e subcrestiformi. Tra queste coste maggiori se ne interpongono altre 24 esilissime. Calice un poco ellittico. — Setti disuguali. Quelli dei due primi cicli arrivano fino all’asse calicinale, ove non vedesi traccia di co- lumella, e là arrivano quasi anche quelli del terzo ciclo, e tutti 24 hanno presso a poco uguale grandezza e sono ingrossati nella parte interna. I setti del 4.° cielo sono molto minori e più ancora, taluno del 5.° quando ne esistano allo stato rudimentario. Tra- verse endotecali rare.
Questa specie somiglia assai alla Coelosmilia lara, M. Edw. e H. e diversifica dalla Parasmilia erarata (Ceratotrochus, M. Edw.), con la quale da prima l'aveva confusa (onde nella nota pubblicata dal Taramelli figura con tal nome), per la mancanza della colu- mella, che si vede benissimo negli esemplari di Palarea e di Via degli Orti nell’Asolano, somigliantissimi a questi nostri, benchè ne diversifichino anche per un maggior numero di coste minori inter- poste alle ventiquattro maggiori.
Somigliano poi immensamente gli esemplari qui descritti ed efligiati ad altri di Croce Grande di San Giovanni Ilarione, da me
CORALLI FEOCENICI DEL FRIULI 55
ravvicinati alla Parasnilia exarata per le analogie esteriori sol- tanto, non avendo potuto per il ‘loro pessimo stato di conserva- zione riconoscere nulla della loro interna struttura, onde potrebbe anche darsi che essi pure dovessero qui annoverarsi. Una qualche analogia si ha pure con la mia Coelosmilia vicen- tina di Gnata di Salcedo, che però credo distinta. Giacitura — Rosazzo.
Lophosmilia granulosa, m. Tam Bse
7a. Polipajo al naturale.— 7 b. Calice del medesimo. — 7 c. Porzione
di calice ingrandita — 7 d. Polipajo di maggior dimensione.
Polipajo peduncolato con ristretta base d’affissione, com- presso, quasi diritto o appena curvo nella direzione dell’ asse mi- nore del calice. Coste alternativamente disuguali, granulose, le maggiori essendo assai sporgenti sulla muraglia. Setti alternati vamente disuguali e in vario numero a seconda della grandezza degli individui. I setti maggiori arrivano fino all'asse calicinale, che è percorso per lo lungo da un’ esile columella, a lati granulosi al pari dei setti (onde nome). Endotecio poco sviluppato.
Giacitura — Rosazzo; Brazzano. — Frequente.
Epismilia alpina, m. Tav das:
8a. Polipajo al naturale. — 8 b. Calice del medesimo. — Porzione di
calice ingrandita.
De Fromentel istituì questo genere per alcuni fossili coralliani stati confusi con le Montlwaultiae, dalle quali differiscono per l’in- tegrità dei margini settali. Le specie riferite a questo genere note fino a poco tempo fa erano tutte secondarie, se non che Reuss de- scrivendo i coralli del piano di Castelgomberto annovera una Epi- smilia fra le specie di Monte Viale, da lui detta Ep. glabrata. Or bene il nostro fossile viene a colmare questa lacuna fra quello del- l’Oligocene descritto da Reuss e i precedentemente noti dei ter- reni secondari].
Ecco ora i caratteri di questa nuova specie.
Polipajo piccolo, semplice, affisso, compresso. Muraglia total-
806 D'ACHIARDI — CORALLI EOCENICI DEI FRIULI
mente rivestita da un epitecio liscio. Calice irregolarmente ellit- tico, quasi in figura di rombo. Quattro cicli di setti poco o punto smarginanti. Quelli dei primi due cicli arrivano fino al centro, ove giungono quasi quelli del 3.9, cui si riuniscono, se pur non si sal- dino, i setti del 4.° ciclo. Il loro margine sembra essere stato in- tegro. Nessuno indizio di columella.
Giacitura — Russitz presso Cormons.
Epismilia? dubiosa, m, Tav AE, ig19:
Polipajo al naturale.
Non so se a questo o al genere MontHwaultia o ad altro, come sarebbe il genere Peplosmilia, vada riferito un bel polipajetto del banco madreporico di Cormons, semplice, affisso, pedicellato, sub- conico, un poco compresso e ricurvo verso la base nella direzione dell'asse maggiore del calice, che è ellittico. La muraglia è in- teramente ricoperta da un grosso e liscio epitecio, sotto del quale vedonsi le coste, che sono alternativamente disuguali. Non mi fu possibile osservare il calice otturato da corpi estranei onde i dubbi sul genere e da essi il nome. Da una sezione fattane si ricava pur poco; vi si scorgono è vero dei setti disuguali, flessuosi, ma nulla di certo sulla esistenza o no della columella, benchè siami parso scorgere una traccia di columella lamellare esilissima, che per al- tro potrebbe anch’ essere la continuazione di un qualche setto.
Giacitura — Cormons.
A questo genere o al genere Peplosmilia va forse riferito altro
e mal conservato esemplare diverso dal precedente.
(Continua)
Att.Soc .Tose. Sc.Nat.VoLI D’Achiardi.tav.1
it
ita
AD fichtardi. dus.e lt
£.Trochocyathus Taramellii=2 Placosmilia eliptica m 3.Placosmilia rtalica m.
A osmilio surangulata m. 5 Placosmiha latamB-Trochosmilia Pasinia na
7 Trocho smi | 1a cormon sensi Bata
Att.SocTosc.Sc. Nat.Vol. I Di Achiardi. tav.Il
AD Achiardi diselit Lui. lrozam Lisa ITrochosnulta Pironana ,m-2 Trochosmilia ? elongata,m-3 Phyllosmilia calyeulata 1 } DES " sq . » {\ “mie .
il'inpllosnulia crassa.uò Parasmilia Pironae,m 6. Coelosmilia loromliensis m
Ù 2) (RI I 7 Lophosmilia granulosa.18 bpisunlia alpina, 9 Epismiha dubiosa
STATO PARTICOLARE DI UNA NINFA DACARIDE
HYPODECTES CARPOPHAGA N. Sp.
PERE PROESGIONVNEASNNI BA RAEDE
Dobbiamo al Megnin (') la dimostrazione che i Sarcoptes passano per una serie di stadii transitori molto differenti, che si manifestano in seguito di una muta, e che le Ninfe in certe parti- colari circostanze assumono singolari proprietà, per cui furono da diversi autori credute specie distinte di Acari perfetti e come tali descritti sotto il nome di Acari senza bocca. Egli ha ricono- sciuto che questi stadii sono in numero di quattro per il maschio e di cinque per la femmina.
1.° Lo stato di uovo al sortir dal quale l’animale prende la forma di
2.° Larva exapode seguita dallo stato di
5.° Ninfa octopode.
4.° Da alcune di queste Ninfe, sortono probabilmente
a. Dei maschi cogli organi sessuali; b. da altri sortono delle femmine senza ovidotti apparenti, che rassomigliano interamente alle femmine adulte di cui esse hanno tutti i caratteri, meno le uova in formazione nel corpo. Da queste femmine sortono
5.° Delle femmine cogli organi sessuali, un ovidotto molto apparente e delle uova vicine ad uscire. (!) T. P. Megnin. Recuci de Medecine Veterinaire. Paris. Aprile, Maggio, Giugno 1872. — Mémoire sur la gal du Cheval.
So. Nat. f, IL
leto, BARALDI
Prima di muovere discorso della particolare Ninfa d’Acaride da me trovata sotto la cute nella regione pettorale di una Car- pophaga perpicellata, credo opportuno di prendere in rassegna tutti quegli autori che descrissero degli Acari senza bocca, accioc- chè gli studiosi possano dai loro detti e dalla osservazione delle figure rilevare, che questi individui classificati fra gli animali per- fetti, non sono altro che Ninfe di Acari simili a quella che io po- scia anderò a descrivere.
Duges nel 1834 (') trovò sopra un Mister una specie d’ Acaro che, credendola identica a quella trovata da Herman nel 1797 sul | ventre e sul ‘piede d'una larva di Lamellicorne (Scarabee au Trichie hermite) e che la chiamò Acarus spinitarsus, fece, riferen- dosi all’ Acarus muscarum di Degeer scoperto nel 1735, il genere Hypopus, che pose nella sua famiglia degli Acari. — , Ces Aca- , riens, egli dice, ont un sucuir etroit, pourvre de deux soies ri- » gide dirigees en avant, paraissant composé d’ un livre saudé aux » palpes et les mundibules lui sont inconnues ,, .
L. Dufour nel 1839 (è) fece conoscere due altre specie di que- sto genere: l'una (Hypopus Feroniarum) vivente in massa serrata sotto la testa, il corsaletto e l'addome dei Feronies; l’altro (IL Sapromizarum), vivente sui Ditteri del genere Sapromyza. Nello stesso tempo descrisse sotto il nome di Trichodactile un altro Acaro parassita degli Osmies, che Dujardin nel 1848 riconobbe che apparteneva allo stesso sistema di sviluppo degli Hypopus.
Dujardin nel 1843 (?) comunicava alla Società Philomatica la descrizione di un Acaride, che trovava in certo numero sulle ali inferiori di un Ape. Non riconoscendo in questo la minima ana- logia con ciò che si era imperfettamente descritto e figurato sotto il nome d’ Hypopus, per la mancanza della bocca e delle ventose addominali lo chiamò Anoetus (parola greca che vuol dire in- compreso). |
Gervais nel 1844 (‘), considerò gli Hypopus come un sottoge-
(1) Annales des Scienses Naturelles. 2."° serie, F. I. pag. 37. (?) L’Institut. N.° 454, pag. 316. (3) Annales des Sciences Naturelles. 2.®® serie, T. XI, pag. 278.
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(4) Inseptes apteres. Suites a Buffon. Rovet, Tom. 3.°
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nere dei suoi Tyrogliphes, aggiungendone un quinto che chiamò Hypopus ovalis, trovato in gran numero sulle appendici boccali di certi Lithobius phorcipatus, a Parigi.
Dujardin più tardi nel 1846 e 1847 riscontrò la specie di De- geer (Hypopus muscarum) talmente numerosa sull’addome e sul corsaletto della Musca stabulaus di Fallen e Meigen, a Parigi, che studiatala convenientemente s’ accorse che era organizzata come 1 suoi Anoetus, per la qual cosa dovette classificare questi con quella nel genere Hypopus.
Nel 1849 rinvenne delle altre specie d’Hypopus sullo Stapki- linus fimetarius, sul Crytops hortensis, e attaccate colle loro ven- tose sulle foglie della felce (Ceterach officinarum). Questi ultimi gli presentarono un fatto notabile, cioè molti erano trasparenti e completamente vuoti, simili ai gusci che spesse volte aveva riscon- trati sulle ali delle A pi; qualcuno, molto più raro, completamente immobile, mostrava nel suo interno un altra forma di Acaride molle e ripiegata a guisa di un embrione, che occupava tutta. la cavità interna dell’ Hypopus, come se questo fosse stato il guscio di un uovo, ma di un uovo vivente e provvisto di zampe, o come la ninfa di mosca contenuta nella buccia formata dalla pelle in- durita della larva. Questi piccoli Acari inclusi avevano dei palpi e delle mascelle uguali a quelle dei Gamasus e dei Dermanyssus, e non differivano da questi che per la mollezza dei suoi integu- menti. , Diveniva adunque, egli dice, molto visibile che questi Hypopus senza bocca, senza accrescimento possibile, vivendo fissati colle loro ventose su delle superficii pulite che non potevano for- nirgli nulla, non erano che larve o piuttosto, se così vi sì può esprimere, delle uova munite di piedi e dotate di movimento, nell’interno delle quali, senza alimento venuto dal di fuori, i gio- vani Gamasus dovevano formarsi solamente a spese della sostanza in esse contenuta. (Conseguentemente a questo principio, egli aggiunge, io riscontrerò degli Hypopus dappertutto ove vivono, dei Gamasus, come ciò infatti mi avvenne ,.
Oltre a queste specie d’ Hypopus studiate dal Duyardin e fin quì menzionate, egli ne trovò altri sette, una sullo Staplilinus fi- metarius lunga 0"", 15, una sul Necrophorus vespillo langa 0"", 22 una sul Canis vulpes lunga 0"", 24, una sul Bombus terrestris lunga da Omm, 22 a 0", 25, una sul Bombus lapidarius lunga 0"", 194, una sul Geotrupes stercorarius lunga da 0", 18, a 0", 21, ed una sull’Arvicola subterraneus.
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Genè nel 1845 (') descrisse col nome di Sarcoptes strigis un Acaride senza bocca che trovò nel tessuto connettivo sotto cutaneo del Barbagianni (Strix Flammea).
Pontallie nel 1850 (*) ha osservato che i Gamasus che vivono nel mese di Febbrajo su dei passeri del genere Parus, Emberiza e Fringilla, ed in particolare sulle. Cingallegre e sulle Passere dopo di aver tessuto, per servirli di ricovero, una tela biancastra setosa, nella base delle coscie e più sovente alla parte anteriore del corpo di questi uccelli depositano le loro uova. Nel 1852 vide eziandio che i Gamassus che vivono sull’ Helix aspersa pongono le loro uova nella cavità polmonare: studiatele, riscontrò che alcune contene- vano dei Globuli ed altre racchiudevano degli Acari a diverso grado di sviluppo lunghi 0%, 30 larghi 0", 10, concludendo con ciò che gli Acaridi di cui si compone il genere Gamasus non si riproducono solamente per mezzo di Larve, munite di piedi e mancanti di bocca, come ha riscontrato il Dujardin, ma bensì anche per mezzo di uova nel modo stesso che si riproducono la maggior parte degli Antropodi.
De-Filippi nel 1861 (*) ha comunicato diverse specie di Acari- di sulle quali ha fondato il suo nuovo genere sotto il nome d’Hy- podectes, trovato nel tessuto connettivo sottocutaneo dei fianchi e della regione parotidea di diversi uccelli. Quelli trovati nel tessuto sottocutaneo dei fianchi sono l’Hypodectes nicticoracis dell’Ardea nicticorax, VHypodectes alcidinis dell’Alcedo hispida, l’Hyp. garzetee dell’Ardea garzetta, V Hyp. strigis della Strix Flammea. Quest’ ul- timo, che egli ha posto fra i suoi Hypodectes, ha riconosciuto esser identico a quello descritto dal Genè sotto il nome di Sarcoptes strigis.
. Una sola specie ne ritrovò nella regione paritodea, l’yp. pa- roticus dell’Ardea nicticorax. Negli Hypodectes, egli dice, è assai difficile determinare esattamente gli organi della bocca; si direbbe che essi sono saldati insieme. La parte mediana infatti sembra rappresentare il labbro e le mascelle fusi in un sol pezzo; le due parti laterali che le sono applicate, e che si distinguono per lo
(1) Brevi cenni su di un Acarìdeo del genere dei Sarcopti che vive sulla strix Flammea. Seritto postumo di G. Gené. Torino 1848.
(2) Annales des Scienses Naturel'es. 9 Serie, T. XIX, p. 106.
(8) Archivio per la Zoologia. l Anatomia e la Fisiologia. Genova 1861. Vol. 1.0 Fast. 1: 0Opa tao:
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stesso colore bruno degli epimeri, sono probabilmente i palpi. A poca distanza dei piedi posteriori e sulla linea mediana del ventre, una piccola fessura longitudinale munita di due valve cornee, rappresenta l'apertura sessuale. Alla parte opposta del corpo veggonsi, una piastra cornea frontale, molto allungata. La lunghezza del corpo varia nei diversi Hypodectes da 1"", 530 000.
Donnadieu nel 1868 (') ha pubblicato due specie di Acaridi; il Trochodactylus xylocopae parassita della Xylopa violacea nel mese di Marzo e Aprile, ed il Trichodactalus osmiae parassita degli Ime- nopteri del genere osmia nella stessa epoca. Io ritengo, appog- giandomi alle belle figure che egli ha dato in questo lavoro, ed. al posto nel quale esso ha trovato questi Animali, che non si tratti di acaridi perfetti ma bensì di uno stadio della loro vita, e tale stadio esser quello di Ninfa. Le figure riportate rappresentano perfettamente degli Hypopus, poichè sono sprovvisti di bocca e presentano le ventose, già notate dal Dujardin, nell’addome, di cui si servono per attaccarsi a qualche corpo. Ci convinceremo maggiormente a non ritenere col Donnedieu che tali esseri sieno parassita degli insetti che li ospitano, se riflettiamo che essi vi- vono sulle loro ali e sul loro corsaletto: superficii che non possono somministrarli alcun nutrimento necessario per compiere la loro vitale carriera. Mi sono fermato un poco più lungamente di quello che io abbia fatto sugli altri autori, inquantochè il Donnadieu dà, un esatta descrizione dell’ apparato del rostro degli Acari da lui trovati, senza però che le sue figure dimostrino la giustezza dei suol detti.
Vizioli nel 1868 (*) ha descritto due specie di Acaridi trovate nei Polli. La prima che ha denominato Sarcoptes nudus vive nel tessuto sottocutaneo, sotto la parete esterna del ventricolo, sul- l’omento e sul fegato; la seconda che egli denominò Sarcoptes cr sticola vive fra i muscoli della regione profonda del collo.
Rivolta nel 1870 (?) osservò in mezzo a noduli di tessuto con- siuntivo sottocutaneo di una Gallina, una specie di Sarcoptes, in via di sviluppo, nel quale non riscontrando i caratteri del Sar-
(1) Annales des Sciences naturelles. V.m° Serie, T. IN-X.
(£) Giornale di Anatomia, Fisiologia e Patologia degli Animali domestici. Pisa 1869. Anno 1.0 F. V.0 pag. 257.
(3) Giornale il J/edico Veterinario. Torino, febbrajo 1870.
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coptes nudus e del Sarcoptes cisticola descritto dal Vizioli, ed es- sendogli parso invece che più si avvicinasse al Sarcoptes mutans (cangiante) di Robin e Lauquetin, trovato dal Reynal produrre nei Galinacei una forma di rogna, lo ritenne per una specie affine a quest’ultimo.
Ho menzionato le specie di “n descritte dal Vizioli e dal Rivolta, perchè hanno per sede comune con quello che io an- drò a descrivere il tessuto sottocutaneo dei Volatili; perchè le fi- gure date dal primo rassomigliano agli Hypopus, e perchè dal- l'esame di un preparato di Sarcoptes, trovato in un nodolo di tes- suto congiuntivo dal mio amico Rivolta, e dal medesimo fattomi esaminare, rilevai distintamente una ninfa d’Acaro dentro una buccia, nella guisa che il Dujardin aveva osservato | i Gamasus entro gli Hypopus.
Io, da Luglio del 1870, trovai nel tessuto congiuntivo lasso sottocutaneo della regione pettorale di una Carpophaga perspicil- lata, morta dopo aver vissuto per aleuni mesi nel R. Giardino d’Acclimazione di Torino, e regalata dalla Direzione del R.° Museo di Zoologia ed Anatomia comparata, una enorme quantità di pic- coli corpuscoli bianco-giallognoli, che sottoposti convenientemente al microscopio a 60 ingrandimenti, sì presentavano opachi sotto forma ovulare molto allimgata tutti ugualmante grandi, lasciando scorgere dal margini otto estremità di zampe che mi posero fuori d'ogni dubbio esser quei corpuscoli degli Acaridi.
Volendo determinare a quale specie appartenevano tentai, col mezzo di diversi reagenti micro-chimici, di renderli gian onde conoscere la loro organizzazione. Le soluzioni di acido ace- tico, di soda, di potassa, di nitrato d’argento; la benzina, la glice- rina, l'essenza di trementina ec. non valsero ad ottenere lo scopo. Solo l'acido solforico puro li rendeva trasparentissimi, lasciando scorgere non solo la forma dei diversi pezzi che compongono il derma-scheletro, ma ben anche i loro elementi interni. Tanto il derma-scheletro quanto gli elementi interni, erano sì identici nei diversi individui, che descrittone uno s'intendono descritti tutti.
Essi sono lunghi da 80 a 82 centesimi di millimetro larghi da, On. 50 a 0", 32 (la differenza della lunghezza e della larghezza nei diversi individui dipende dall'essere più o meno schiacciati dal copri oggetti) e vi si possono considerare le differenti parti se- guenti: il corpo, il rostro (rudimentale), gli epimeri e le zampe
STATO PARTICOLARE DI UNA NINFA D'ACARIDE 95 anteriori, gli epimeri e le zampe posteriori, la piastra cefalica, le piastre dorsali e gli elementi interni.
Corpo. — Il corpo ha forma ovoide molto allungata; è costi- tuito all’esterno da una membrana opaca molto resistente e’ sprovvista di peli, che sotto l’azione dell'acido solforico diviene trasparentissima, chiusa da ogni parte, all’infuori di due apparenti fessure nella parte inferiore posteriore di essa. Non vi sì scorge al- cun solco o ristringimento come suolsi notare nei Sarcoptidi. Nella sua faccia dorsale alla parte anteriore si vede la piastra cefalica (Fig. 2, a), ed alla metà circa della stessa faccia, le piastre dor- sali (Fig. 2, b), le quali sono aderentissime alla membrana. Sulla sua superficie si osservano otto lunghe setole (Fig. 2, c.) disposte nel modo seguente: sei nella faccia dorsale due una per parte, in corrispondenza della parte anteriore delle piastre dorsali; due alle estremità posteriori di queste; quattro nella faccia ventrale, due subito al didietro delle due prime paia di zampe, e le altre due assai più lunghe e rivolte indietro quasi all'estremità posteriore. Stanno tenacemente aderenti alla membrana che costituisce il corpo, il rostro, gli epimeri anteriori e posteriori, la piastra cefa- lica e le piastre dorsali.
Rostro.— Il Rostro (Fig. 3, a.) è posto all’estremità anteriore del corpo, rappresentato da un cerchio chitinoso di un solo pezzo di color rosso-giallo cupo; la sua porzione ventrale si fonde con gli epimeri del primo paio di zampe; la porzione dorsale è libera ed a contatto con la piastra cefalica. Non si riscontra in esso alcuna di quelle parti che comunemente nei sarcoptidi vanno @ formare l'apparecchio masticatore. Perciò considerando che i di- versi pezzi che formano l'apparato masticatore negli altri sarco- ptidi, costituiscono l'apertura della bocca, non riscontrandoli in codesti, io non ho esitato punto a ritenere, questi esseri per una di quelle specie che il Dujardin chiamò, Acari senza bocca.
Epimeri. —- Gli Epimeri (Fig. 3-4) sono parti dure della stessa sostanza e colore notati per il rostro, che servono di sostegno ed attacco alle zampe, e sono in numero di quattro paja. Il primo pajo (Fig. 3) come ho detto più sopra si fonde colle porzioni ante- riori al rostro rudimentale; colle porzioni interne agli epimeri del secondo paio, formando ognuno, con porzione del rostro, una specie di semicerchio colla convessità indietro, nel quale s’im- pianta il primo paio di zampe (Fig. 5), e colle porzioni interne sì
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fonde in un solo pezzo che termina con una estremità libera rivolta verso la parte posteriore, in guisa che esso rappresenta un V majuscolo.
Gli Epimeri del secondo pajo (Fig. 3) sono costituiti ognuno principalmente da un semicerchio colla convessità all’indentro e la concavità all'infuori, nella quale viene ad impiantarsi il secondo pajo di zampe. L'estremità superiore di questo semicerchio si fonde col primo paio di epimeri l’altra è libera ed appoggiata alle zampe. Una lunga branca che parte dal centro della convessità del semi- cerchio, va dal difuori al didentro e dall’avanti all'indietro quasi fino alla linea mediana, ove giunta prosegue in basso per un certo tratto, indi si assottiglia, fa due punti d’interruzione e va a ter- minare a guisa di largo uncino colla punta rivolta all'infuori ed all'insù. Una sostanza granulare chitinosa (Fig. 3 b) che contorna tutte le branche degli epimeri e che diminuisce mano mano che si allontana da queste, completa il sistema di parti dure che ser- vono d'attacco al rostro rudimentale ed alle prime due paia di zampe.
Gli epimeri del terzo pajo (Fig. 1, d) sono alla faccia inferiore circa a due terzi posteriori della lunghezza dell’animale; essi sono costituiti ognuno da una branca di chitina rosso-giallo scuro in forma di sette, coll’asta orizzontale posta nel senso trasversale, e colla verticale parallela alla lunghezza dell'animale, e che. colla estremità posteriore fondesi alla metà dell’arco del quarto paio d’epimeri. Sono sprovvisti del semicerchio che negli altri serve d’inserzione alle zampe, e ne fa le veci la sostanza ani chi- tinosa la quale in questo luogo è più spessa.
Gli epimeri del quarto paio sono costituiti ciascuno; dal semi- cerchio chitinoso che serve d’inserzione alle zampe, uguali a quello notato pel 1.° e 2.° paio, da un arco che parte dal centro della convessità del semicerchio e si dirige all’imdietro ed in basso e da una branca trasversale che si fonde alla linea mediana colla sua corrispondente. Anche il 3.° e 4.° paio a somiglianza dei primi due, sono circondati di sostanza granulare chitinosa, che completa il sistema posteriore di parti dure.
Zampe. — Le zampe sono in numero di otto: ati per ogni lato (Fig. 1). Le tre prime paja si rassomigliano perfetta- mente, hanno uguale lunghezza e sono formate ognuno da cinque porzioni: l’anca, il trocautere, la rotula, la coscia, la gamba ed il
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tarso, (Fig. 3) e portano ad ogni articolazione due o tre piccole setole. Il tarso molto più lungo degli altri, ha all’ intorno diverse setole, e all’estremità libera ha un piccolo prolungamento obliquo al suo asse (Fig. 3, c) e cinque altre lunghe setole.
Il quarto paio di zampe differisce dalle prime per avere al- l'estremità del torso una setola sola molto grossa e lunghissima.
Piastra cefalica. — (Fig. 5). La piastra cefalica ha una forma irregolarissima; è costituita da sostanza granulare chitinosa iden- tica a quella notata trovarsi all’intorno degli epimeri; posta alla parte anteriore e superiore dell’animale (Fig. 2, a.) con una por- zione convessa rivolta in avanti, e due prolungamenti che guar- dano all'indietro; è molto spessa al centro, sottile alla periferia e finisce confondendosi colla pelle del corpo.
Piastre dorsali. — Le piastre dorsali (Fig. 6.) hanno una forma che si può rassomigliare ad una cometa che abbia la stella ovale con un buco nel centro e la coda molto grossa e breve. Sono poste una per lato nella metà longitudinale della faccia dorsale, circa equidistanti dalla linea mediana (Fig. 2, b.) e dal margini laterali del corpo dell’animale. Sono costituiti della medesima so- stanza e colla stessa disposizione della piastra cefalica.
Aperture sessuali. — Chiamo col nome di aperture sessuali quattro fessure chitinose di forma ovale strozzate nel centro (Fig. 1, e, Fig. 4, a.) che sono poste due per parte una davanti all’altra ai lati di una lamina pure chitinosa fusa colla branca trasversale dell’ ultimo paio d’epimeri. Queste aperture non pos- sono essere le sessuali inquantochè come vedremo più avanti questi animali non sono allo stato perfetto del loro sviluppo. Non ho potuto riscontrare se comunicavano colla cavità interna; non pertanto io sono persuaso che se queste fessure rappresentano le aperture genitali, devono essere rudimentali, ed acquistano il loro pieno sviluppo solamente collo svilupparsi dell'animale.
Ocelli. — Gli ocelli (Fig. 1, a-b.) così chiamati dal De-Filippi (') sono tre corpiccioli del colore degli epimeri che si trovano nel si- stema anteriore di parti dure, disposti nel modo seguente; uno il più grosso, è a contatto dell’estremità posteriore delle due bran- che interne fuse del primo pajo d'epimeri, gli altri due sono situati uno per lato della linea mediana del corpo dell'animale fra le
(4) Op. cit.
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branche parallele del secondo pajo d’epimeri. Osservati a 350 ingrandimenti si vedono costituiti, il primo da quattro corpuscoli ovali (Fig. 10, a.), strettamente uniti fra di loro ed indipendenti dagli epimeri; gli altri due, la metà ognuno più piccoli, sono co- stituiti solamente da due corpuscoli identici (Fig. 10, b.) a quelli riscontrati nel primo. Si discostano facilmente dagli epimeri, ed hanno un colore arancio-marrone. I quattro corpuscoli che for- mano l’ocello anteriore sono indivisibili anche sotto l’azione dei diversi reagenti chimici, non escluso l’acido solforico, e comunque fisicamente trattati. I due corpuscoli degli altri ocelli presentano le stesse proprietà.
» Il De-Filippi (') dice, che i corpicciuoli conservati nell’Alcool sfuggono all'osservazione in grazia forse della natura particolare del pigmento ed anche per l’azione del liquido che rende opachi i delicati tessuti circostanti ,,. Non avviene certamente questo fatto in quelli da me riscontrati e descritti perchè conservo giù da tre anni molti degli animali in discorso tanto nell’alcool come nella soluzione di acido acetico, e tutti, ogni qualvolta adopero l'acido solforico come reagente, mi mostrano gli ocelli cogli stessi identici caratteri di quelli studiati